Ci raccontava un illustre amico d’infanzia dell’artista che la mamma spesso lo riprendeva bonariamente: “Alberto, perché non fai come Paolo, che studia. E invece di fare il dottore, stai a dipingere!”. Ebbene, sarebbe stato una perdita immane se Alberto Burri (Città di Castello, Perugia 1915 – Nizza 1995) avesse dato ascolto: perché in una fetta importante della storia dell’arte novecentesca c’è la sua firma. Per esempio, quando nel 1951 fonda con Ballocco, Capogrossi e Colla il gruppo Origine, dimostrando quanto l’etichetta di “informale” gli andasse stretta. Oppure quando al suo nome si legò il termine “materico”, derivato dal famoso saggio di Enrico Prampolini. Non è un caso, d’altronde, se a lui sono state dedicate tante monografie e altrettante mostre indimenticabili con curatori d’eccezione.
Tuttavia, a Torino si doveva risalire fino al 1971 per trovare una grande personale, allestita in quell’occasione alla Gam. Vi hanno posto rimedio i Mazzoleni, esponendo ben una cinquantina di lavori, tutt’altro che minori, che coprono l’intero arco della produzione burriana. Si possono così ammirare (quasi) tutti i “periodi” creativi dell’artista umbro: dalle aurorali Tempere (1948) su carta ai Sacchi, che saranno la cifra distintiva e spesso riduttiva della sua opera. Del 1955 sono Combustione legno e Nero C.I.; poi ancora i Ferro del 1958 e del 1959, capolavori come Rosso plastica (1962) e Nero plastica L.A. (1963). È datata 1965 una piccola e potentissima Combustione, che insieme a due Bianco nero del 1968 e del 1969 traghettano verso ben nove esempi magnifici di Cretto bianchi e neri (1970 – 1979). Alcuni Cellotex coprono il decennio 1981-1990 e, infine, un grande risalto viene dato ai Nero e oro del 1993, grazie anche a un inedito.
In genere, e giustamente, non si ama la psicologia dell’arte e soprattutto la psico-biografia. Però pare impossibile e forzato prescindere, nella fattispecie, da un dato: la
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