Yang Fudong sembra non mettersi in relazione –critica o compiacente– con la realtà politico-sociale della Cina contemporanea, cautelandosi dietro introspettive panoramiche volte a svelare l’intima e pacata riflessione d’intellettuale esiliato dal mondo. Tuttavia, questa lontananza è solo apparente. In essa si cela l’opposto; è nel silenzio delle parole che si annida la dichiarazione. Fudong permette tali interpretazioni a chi desidera leggere nell’arte, da sempre privilegiato strumento di critica, l’esplicito distacco da una realtà pragmatica che ha sostituito gli ideali con il progresso ed il compromesso.
L’artista, per la sua prima personale in Italia, presenta due videoinstallazioni: Il bestiame di Jiaer e Il risveglio del serpente. Il taglio cinematografico è già definito nella modalità di presentazione delle opere: lo spettatore è inghiottito dalla sala buia, raccolta ed ovattata, che esalta la percezione dell’immagine. Video che si susseguono alle pareti, storie parallele ma intrecciate; finali alternativi ma tragicamente definiti nella loro inquieta inevitabilità .
Fudong propone sempre allo spettatore diversi sviluppi della medesima storia. Ne Il risveglio del serpente il disertore (dalla vita?) vive l’evolversi di possibili destini accomunati da una sofferente solitudine: la perdita dell’identità .
La divisa lacera ne è un vago ricordo, e lo sgusciare fuori dalla propria pelle non permette tuttavia all’uomo di scorgere, nell’immobile natura che lo circonda, un nuovo idolo verso cui volgere il suo cammino. Colpisce l’utilizzo scenografico del panorama naturale, che si fa attore con la sua immobile presenza. Un occhio spietato sul cammino inesorabile dell’uomo. Le piantagioni di tè sono la cornice della seconda videoinstallazione: una storia, due trame che si dipanano, quattro personaggi. Il rimando alla tradizione cinese pare esplicito (la fiaba del grillo, della mantide e del passerotto), finalizzato non tanto all’utilizzo di strumenti narrativi classici utili a spiegare ai più, quanto ad un puro esercizio di stile per pochi. La personale prevede inoltre la proiezione di alcuni cortometraggi tra cui Sette intellettuali nella foresta di bamboo, in cui la fuga dalla città e dalla politica volge verso la dimensione della memoria, e le Yellow Mountains, ammirate nei dipinti, non sono altro che un nuovo status mentale in cui continuare a coltivare i propri ideali. E proprio qui Fudong sembra chiarire il suo pensiero: l’alienazione non è perdita, ma bisogno di ritrovare se stessi.
Il distacco dal mondo è la dichiarazione di uno smarrimento che il giovane cinese prova oggi di fronte alla tumultuosa evoluzione che gli scorre a fianco, che trascina tutto. Fuorché il ricordo della bellissima Liu Lan, eterea raffigurazione dell’identità culturale di un popolo, identità di cui troppo spesso è stato privato.
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chiara comoglio
mostra visitata il 1 giugno 2005
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