Chi ha conosciuto Mario Stuffer è rimasto certamente impressionato dalla simpatia, dalla carica vitale e amichevole che scaturiva da quell’omone con gli occhi chiari e la barba folta, grande amante dei boschi e delle montagne. Di lui, sicuramente, si può dire che era fortemente legato alla sua vocazione per la scultura intesa come l’instaurazione di un dialogo con il legno, con la materia prima che permetteva al suo estro di esprimersi. Mario Stuffer (1934-1998) nasce in Val Gardena e nel 1957, causa il servizio militare che svolge nel Corpo degli Alpini, si trasferisce in Valle d’Aosta. Qui si trova subito a suo agio perché la Valle con i suoi ampi boschi gli permetteva, come nella sua regione natia, di stringere un contatto diretto con la natura che tanto amava. Tra il 1982 e il 1990, coltivando sempre assiduamente il suo amore per la scultura lignea, insegna “Laboratorio, intaglio del legno” all’Istituto d’Arte di Aosta introducendo un approccio metodologico e tecnico diverso i quali sono ricollegabili ad accorgimenti usati abitualmente in Trentino.
Analizzando le sculture di Stuffer si può vedere come egli prediligesse l’uso di legni compatti e ben stagionati come il noce o il cirmolo. Tutte le opere esposte sono infatti eseguite con questi due materiali. Bisogna però sottolineare come la diversa natura dei legni suggerisca allo scultore un diverso modo di trattarli e, orientativamente, due differenti soluzioni formali. E’ il legno che suggerisce a Stuffer la forma da ricavare ed egli non fa altro che assecondare la natura dell’elemento trattato. I temi che affronta sono quelli legati al mondo contadino o alla tradizione religiosa. Sono quasi sempre sculture figurative tranne che in casi come “Acrobati” (1971), dove chiara è l’ispirazione al taglio dei piani e dello spazio tipicamente cubisti, o “Cielo stellato” (1968), riconducibile alla sperimentazione informale. Stuffer, quindi, lavora differentemente il legno dal cirmolo tant’è che ci si rende immediatamente conto del materiale con cui ha eseguito le sculture. Nelle opere in cirmolo i soggetti rappresentati sono trattati in chiave oggettiva. I tratti sono definiti, le figure sono rese in maniera più descrittiva ma più grezza; come in “Contadinella” (1980). Le sculture in noce, invece, sono levigate perfettamente ma non è questa l’unica differenza. Le figure in questo caso sono più vicine all’astrazione, l’espressività supera i tratti della descrizione giocando maggiormente sulle linee forza derivate dal soggetto. In “Vescovo” (1991), o in “Madonna con Bambino” (1988), non c’è spazio per la delineazione dei tratti, l’astrazione a cui esse arrivano sembra suggerire la natura spirituale e pensosa dei soggetti; la loro purezza formale e la loro forma simbolica ricordano Brancusi.
Si può dire, in conclusione, che Stuffer è stato uno sperimentatore dalla grande capacità di racconto e di sintesi, dotato di notevole sensibilità nei confronti dell’anima stessa del legno.
Elena Menegatti
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