“L’arte è sempre in qualche modo autobiografica”. Sembrerà banale e scontata, ma l’affermazione di Nick Gammon (Pembroke, Galles, 1958), riportata in catalogo, è ineccepibile. Soprattutto se a popolare la superficie dipinta delle sue tele di grande formato è il frutto della scansione operata sugli abiti della moglie. Perseguita in modo tale da isolarne il motivo floreale dell’ibiscus, simbolo della decorazione tout court. Ma anche di libertà e spensieratezza, che da sempre fa capolino dalle bermuda di generazioni di surfisti, pronti a solcare le onde dell’oceano con le loro tavole. Anche Gammon ha fatto parte di quella specialissima tribù dei mari, quando, non ancora studente di pittura al Chelsea of School of Art, all’età di sedici anni gareggiava per il Galles in competizioni di surf. E scopriva la solare città di Guéthari, vicino a Biarritz, nella Francia sud-occidentale, dove vive dal 2002 dopo tanto tempo trascorso in Irlanda.
“Per più di vent’anni avevo pensato di utilizzare dei motivi floreali… -continua Gammon- assieme ai rettangoli hanno perso praticamente tutta la loro funzione rappresentativa in quanto sono ovunque, onnipresenti su tessuti e carte da parati”. Così, dalle geometrie iridescenti della serie Ocean, presentata alla Stephen Lacey Gallery di Londra nel 1999, questo artista, un tempo assistente del pittore londinese Howard Hodgkin, è approdato alle forme liberamente circoscritte del ciclo Green Room, iniziato nel 2003.
Un titolo che richiama nuovamente il mondo dei surfer e la loro filosofia di vita, tutta legata al momento magico del tunnel ondoso nel quale proiettarsi a tutta velocità , prima che l’onda si chiuda definitivamente su se stessa. Proprio quell’attimo adrenalinico che Gammon cerca di catturare e riproporre sulle sue tele a tinte acide, dalle campiture di colore perfettamente steso a riprodurre un barlume di tridimensionalità , nell’esasperato sovrapporsi di immagini modulari. Dove, come riscontra Olga Gambari nel testo critico, “la lezione del minimalismo rimane nell’impianto rigorosissimo della strutturazione compositiva, nella precisione del tratto, insomma nella meticolosità del progetto che sostiene ogni lavoro”. Come succede del resto nel primo della serie Green Room, il grande dittico blu intitolato Where’s Dora e dedicato a questo fantomatico eroe del surf (Dora), sempre giovane e costantemente in giro per il globo. Alla ricerca dell’onda perfetta.
claudia giraud
mostra visitata il 24 gennaio 2007
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