Immagini in costante divenire, come lo scorrere di un paesaggio dal finestrino di un treno. E immagini staticamente in posa, come in attesa di una misteriosa rivelazione che vada al di là di qualsiasi dimensione umana. La natura mobile del viaggio e l’estatica ricerca ultraterrena si fronteggiano in questa doppia personale, dove la contemplazione (in movimento nell’una e fissa nell’altra) sembra accompagnare entrambe le artiste, ora in esposizione presso la Fusion Art Gallery. Francesca Maranetto Gay (Torino, 1975), che ha vinto nel 2005 il premio Io espongo organizzato dall’Associazione Culturale Azimut ed ha inaugurato il nuovo spazio espositivo dell’Associazione, in piazza Palazzo di Città a Torino, con una sua mostra corredata da catalogo lo scorso dicembre, attraverso la pratica del manipolare digitalmente immagini video, intende sviluppare un discorso narrativo, sospeso tra un esterno facilmente riconoscibile e un interno disturbato da flussi emotivi in eruzione. Interpretati simbolicamente da una serie di alterazioni cromatiche ottenute in modo artificiale, estrapolandone così l’essenziale, spesso invisibile. Invisibilità che Francesca Renolfi (1980) tenta, invece, di raggiungere attraverso un percorso inverso di progressivo scioglimento dalle catene del corpo materiale. “Questo involucro fisico” -spiega il curatore Edoardo Di Mauro- “appare soprattutto un contenitore dell’anima, quasi un fardello di cui ci si vuole liberare per approdare alla dimensione dello spirito”.
E così la Renolfi, alla sua prima vera personale, dopo quella tenutasi presso l’Accademia Albertina di Torino nel 2006 e la partecipazione alla collettiva Nuovi arrivi: la normalità, organizzata dal Comune di Torino sempre nei locali dell’Accademia, allestisce ancora una volta una scarna rappresentazione di sé stessa. Insistendo con ripetuta ossessività sui particolari anatomici del proprio volto e corpo, per mezzo prima della fotografia e poi della fotocopia, dipinta e illuminata a luce radente dalla fluorescenza wood. Quasi a voler offrire e offrirsi un’autoanalisi diagnostica del proprio livello di elevazione spirituale, a partire dall’indagine impietosa della propria fisicità.
claudia giraud
mostra visitata il 27 marzo 2007
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