Di lui Pierre Restany ha detto: “Le sue pitture esaltano, con tutta la flessibilità di una tecnica raffinatissima, la continuità della visione dell’artista: un mondo di racconti fra segno e colori. L’universo di Riccardo Licata è quello del codice segreto di una narrativa intima”.
Osservando i segni che popolano le tele di Licata, ci sentiamo di fronte a un linguaggio segreto del profondo, alle cifre misteriose della fantasia e dell’emotività. Una corrente continua di espressione intima che suggerisce l’idea che parlare non sia dire delle parole – alla cui usura ormai sfuggono i significati profondi – ma dipingere segni, emblemi, simboli. Licata sembra proporre l’utopia di una comunicazione assoluta fra sé e il suo pubblico e quindi fra gli uomini.
Quanto ciò sia radicato nell’artista è evidente dalla sua pratica quotidiana. Licata viaggia accompagnato da una sorta di cassetta degli attrezzi (pennelli, colori, strumenti d’incisione) così come si farebbe con un diario e una biro, allo scopo di poter comunicare in misura maggiore gli attimi sfuggenti di un’emozione o di un’intuizione del pensiero.
Sulle scene dell’arte fin dal 1951 (data della sua prima personale a Venezia), Licata ha da allora esposto in più di trecento mostre in trentacinque paesi. Le Biennali di Venezia, Sao Paolo, Tokyo, Parigi, Lubiana, Alessandria d’Egitto, le Quadriennali di Roma, le Triennali di Milano, i principali Salons parigini, sono alcuni luoghi della sua lunga storia d’artista interamente dedito all’arte. Certe sue opere sono presenti nei musei di Belluno, Chicago, Firenze Milano, Mulhouse, New York, Parigi, Reggio Emilia, Stoccarda, Varsavia, Venezia, Vienna.
Originale e innovativo, Licata è forse paragonabile per certi aspetto solamente a Paul Klee. Dal grande austriaco, egli ha ereditato l’inesauribile passione per la ricerca e la tensione verso una rappresentazione plastica del pensiero non codificata e sistematica, ma poetica e d’immaginazione.
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