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exibinterviste | Emilio Isgrò

di - 17 Gennaio 2002

Radicando nel Mediterraneo la creatività dell’artista quale può essere, secondo Lei, il ruolo dell’arte nella costruzione di quella nuova Europa alla quale Lei spesso fa riferimento?
Premetto che la costruzione di una nuova Europa è sicuramente una necessità culturale del mondo, non solo dell’Europa, per una questione di equilibri. E’ un modo di equilibrare quell’eccesso di omologazione che ha l’Europa, proprio perché fatta da popoli e da nazioni spesso culturalmente di segno opposto anche se convergente. Si deve superare una visione della cultura troppo piatta, troppo uniforme e l’arte può avere una sua importanza sotto questo punto di vista. Uniformità e piattezza non giovano non solo alla cultura in sé, ma neppure all’economia, perché perfino l’economia è differenza e creatività.

In occasione dell’acquisizione da parte del Comune di Palermo della sua opera “La Rotta dei Catalani” Lei ha rilasciato alla stampa questa dichiarazione: “La Sicilia del Gattopardo è finalmente chiusa ed abrogata. Si apre ora la Sicilia delle formiche che costruisce anche partendo dal Museo di Arte Contemporanea”. Quest’affermazione sembra conferire alla rinascita della Sicilia un alto valore, che va ben oltre il desiderio di affermare una volontà di riscatto. E’ così ?
Io penso che tutti i popoli vincono le loro guerre grandi o piccole, cruente o meno quando si fanno carico dei problemi generali di un Paese, di un mondo, di una comunità di uomini; penso che la Sicilia – io sono Siciliano – deve, non chiedere, ma dare. Lo ha fatto. Ciò nonostante deve dare di più. In un momento di omologazione generale del mondo, in pratica, le culture mediterranee – la Sicilia è in mezzo al Mediterraneo – possono ricoprire un ruolo molto importante. Il tema delle “Api” che ho affrontato qui nella sala per l’arte contemporanea della Libreria Salomone Belforte & C. continua i miei discorsi sugli insetti, va, cioè, nella stessa direzione di quanto ho detto delle formiche. Si tratta di avere una visione allargata del Mediterraneo in grado di trascendere il Mediterraneo stesso perché del Mediterraneo ha bisogno sia l’Occidente sia il “non Occidente”. Io non credo nelle contrapposizioni nette, bensì in una visione dei rapporti umani fondata sul dialogo continuo altrimenti i problemi non si risolvono.

Durante la sua antologica tenuta a Palermo nel 2001 Lei ha detto: «L’idea della globalizzazione dei linguaggi artistici è un’idea permissiva dettata non dal mercato, ma da una parte del mercato, che è il mercato americano e questo significa che si vuole vivere l’arte a prodotto o meglio ancora a merce, mentre l’arte viene dal profondo cuore del mondo». Si può sfruttare al meglio la globalizzazione affinché sia un’opportunità bellissima per tutti e non solo per alcuni?
La globalizzazione si può ed è da sfruttare al meglio perché indietro non si torna. Quando la globalizzazione viene vissuta da un eccesso di cultura di una sola parte del mondo diventa pericolosa, perché crea delle reazioni abnormi che, in qualche modo, incrinano la pacifica convivenza, quindi si potrebbe rimediare ai guasti della globalizzazione rendendola ancora più aperta per ottenere una globalizzazione reale e non fittizia.

Lei, nella sua opera, ha mostrato in termini linguistici una vivace reazione alla Pop Art proprio negli anni in cui questa riscuoteva maggior successo. Un metodo alquanto sofisticato, il suo, per reagire al fenomeno dell’americanizzazione. Oggi alla luce di quell’esperienza come considera la possibile trasformazione della Repubblica americana in un “impero democratico” che ha la vocazione di estendersi all’intero pianeta anche a costo di sacrificare l’interesse nazionale degli stessi Stati Uniti?
Io detesto l’antiamericanismo di maniera dettato da pregiudizio allo stesso modo di molti americani. Se evidentemente all’America non giova un’immagine di sé omnicomprensiva, di fatto, non si può escludere con troppa facilità una revisione più consapevole degli Stati Uniti già indicata prima degli avvenimenti dell’11 settembre 2001. Può rassicurare tutti noi occidentali, che, in questo momento, abbiamo bisogno di una “leadersheap” accettabile.

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Silvia Fierabracci

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