Un grande progetto, è il caso di dirlo. Non solo per le dimensioni monumentali della sua installazione, accompagnata da uno scintillante libro d’autore, ma anche per i nomi “dietro le quinte”: il curatore Francesco Bonami- discusso ma di certo navigato curatore anche della prossima Biennale- e Pitti Immagine, che da tempo promuove a Firenze artisti internazionali che indagano i confini tra arte visiva e moda.
Dopo Richardson, ecco Slimane approdare alla Stazione
Il visitatore si trova subito di fronte ad una sorta galleria, fiancheggiata da enormi pale centinate rivestite di specchi. Deformanti. Lungo il percorso la sua immagine è catturata all’interno dell’opera, che lo riflette e riflette se stessa. Citazione di pistolettiana memoria. Trenta ventilatori ruotano in alto e si moltiplicano negli specchi e nei ritagli di luce proiettati dalle finestre. Un brusio meccanico confuso e costante rompe l’effetto di lucida politezza. L’impressione di minimale perfezione, già messa in dubbio dall’aspetto vissuto e tutt’altro che bianco della Stazione Leopolda, inizia a cadere. Lo sguardo non penetra finestre aperte su uno spazio naturale, come nelle storiche “gallerie di quadri”, ma rimbalza su monoliti riflettenti. Uno spazio chiaro e vuoto non sempre è accessibile. Così oggetti apparentemente impenetrabili possono essere trapassati. Come nella seconda sala. Qui si snoda un labirinto di volumi: teli neri tesi su tubi al neon, illuminati a formare una foresta di luce (salvo i problemi tecnici in cui l’organizzazione è già incappata). Meandri inespugnabili in cui sarebbe facile perdersi. Se non fosse per la semitrasparenza dei blocchi, ricordo del giardino all’italiana a fianco della Galerie des Glaces di
Hedi Slimane si diverte a creare certezze e a negarle. A suggerire inquietudini e a dissolverle. Insomma, non tutto è quello che sembra. O, per usare parole tagliate sull’artista, l’abito non fa il monaco.
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