Categorie: toscana

Fino al 18.IV.2014 | Zoé Gruni – Le Americhe | Galleria Il Ponte, Firenze

di - 19 Febbraio 2014
Alla base della ricerca dell’artista c’è il mito dell’uomo selvatico, detentore di due opposti saperi, quello che gli deriva dall’essere partecipe della scala dei valori umani e l’altro che lo lega indissolubilmente alla natura primigenia. Linneo lo fa derivare dall’homo troglodytes o selvatico in contrapposizione all’homo sapiens e quindi sottintende un possibile stato intermedio fra l’uomo e la scimmia, un essere dotato di umanità diversa, senza egemonia sui beni della terra e della natura, ma che di questa ne conserva i segreti.
I segreti dell’uomo selvatico sono acquisiti per condivisione, per osmosi data dalla vicinanza contrariamente alle conoscenze carpite attraverso l’invenzione umana della scienza.
Dunque il selvatico che qualcuno vuole derivato dal dio Pan, con le sue improbabili gambe caprine, saltella felice e solitario concedendo a volte i suoi segreti apprendimenti a chi riesce ad avvicinarlo senza destare la sua innata ritrosia. Insegna la pastorizia e la cura delle greggi, l’arte del ricavare il burro dal latte e quella di fabbricare il formaggio, il dialogare con le api per ricavarne il miele che producono in eccesso.
La sua solitudine, determinata dal non condividere i valori dell’altra umanità, lo porta a volte ad essere scacciato da questa che lo paragona, non conoscendolo, agli orchi delle fiabe, con le quali si spaventano i bambini. Molte tradizioni popolari sono tratte dai suoi avvistamenti, che assimilano il silvestre alle proprie leggende e la sua sopravvivenza è riportata nei miti popolari di tutto il mondo che lo fanno talvolta una maschera del folclore paesano o protagonista di una fiaba come De wilde mann dei fratelli Grimm.
La sua presenza diffusa lo connota come un mito itinerante, non lui stesso che viaggia, ma il suo essere leggendario, e in questo differisce dall’uso che Zoé Gruni fa della tradizione del selvatico e della evoluzione del suo lavoro che la porta a scoprirne le stori

e col suo spostarsi. Partita da un particolare desiderio di scelta di materiai naturali, le è congeniale la juta, che l’aiuta ad unire se stessa ad un destino di viaggi ed esplorazioni che comprendono, inseparabili, il suo essere artista e il suo semplice vivere, l’una cosa a servizio dell’altra. La juta, detta la fibra d’oro per i suoi riflessi e prodotta principalmente nel delta del Gange come materiale che contraddistingue l’imballo delle merci, particolarmente usato per i prodotti agricoli come il caffé, è un materiale che viaggia e fa viaggiare e come tale è il prescelto dall’artista, che naturalmente ne riconosce il valore sociale e simbolico legato al lavoro di chi le merci le produce. Successivamente nella scultura vuota Boitata, usa camere d’aria di biciclette, anche queste vuote, per suggerire come la presenza di un essenza esterna, incorporea come l’aria, serva ad infondere la vita e permetterne l’uso pratico allo stesso modo ed inversamente che la sua presenza corporea all’interno di Boitata la rende funzionale ad un uso intellettuale trasformandola in scultura. Il titolo Le Americhe si riferisce alle nazioni del sud ancora ricche di leggende precolombiane e comprende il video La Merica, dove lega i destini dei popoli che emigrano per bisogno ad un aureo e timoroso uccellino d’oro che mai sarà capace di risarcirli contrariamente ai finali delle fiabe che dichiarano: “… e vissero felici e contenti”.

Claudio Cosma
mostra visitata il 4 febbraio 2014
Dal 7 febbraio al 18 aprile 2014
Zoè Gruni
Galleria Il Ponte
via di Mezzo 42/b, Firenze
Orari: dal lunedì al sabato dalle 15.30 alle 19.30
Info: info@galleriailponte.com

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