Tre mostre e un’installazione. La Galleria Continua chiude la stagione con una rosa di nomi importanti ed un giovane artista egiziano. Salta immediatamente all’occhio, entrando nello spazio di Via Del Castello, un enorme rosario in alabastro poggiato sul pavimento. L’opera, pensata da Mona Hatoum non ha alcuna valenza religiosa. Tutt’altro che uno strumento di invocazione, esso, astratto dal contenuto, diviene unicamente forma. Con la quale si relaziona Drawing Sorrows (wine bottle) un’installazione di bottiglie in vetro, sezionate e parzialmente fissate nel pavimento, i cui rispettivi diametri vanno a formare un cerchio perfetto. Gli oggetti, pur vivendo in una condizione di equilibrio precario non svelano, nell’accorpamento la propria fragilità, ma sembrano, invece, invocare forze magiche, superiori, come novelle Stonehenge della contemporaneità. Allo stesso modo, le Vitrine, piccoli diademi in plastica, legno e pasta di vetro, posti sotto teca, rievocano uno stato d’intimità domestica e una grazia tutta femminile che tanto ricorda la produzione di ninnoli e cammei ancestrali conservati nei musei. Non distante da queste premesse e sempre giocata sulle trasparenze (oltre che su acrobatici giochi di pieni e vuoti) è l’installazione che occupa il teatro sottostante la galleria. Web, intreccio claustrofobico di sfere di cristallo, sostenute da sottilissimi fili, riprende in proporzioni monumentali, lo schema formale delle Vitrine. La crisi dell’oggetto e dello spettatore è data dalla levità della composizione, in rapporto forzato con le inquietudini generate dalla trama di fili orchestrata dall’artista, per invischiare sogni (le sfere), pensieri ed ansie dei suoi visitatori.
Meno lirico è il lavoro di Daniel Buren. Che organizza, nell’ala destra dello spazio, caratterizzata da una struttura soffocante, -fatta di strettoie e vicoli- un labirinto di bande verticali bianco–rosse e specchi. Il gioco tra superfici crea un annullamento automatico dei volumi tale da generare nello spettatore una perdita completa dell’orientamento e delle strutture primarie topologiche. Così, malgrado l’ambiente sia illuminato a giorno, ci si ritrova inspiegabilmente a caracollare da una parete all’altra, ad incespicare su se stessi e sui gradini, cercando una via di uscita per ritrovarsi inevitabilmente a fil di pelle con la propria immagine riflessa.
Completamente diversi sono gli intenti che muovono la ricerca di Moataz Nasr. L’artista attraverso un semplice parallelo tra esseri umani e mondo animale, realizza, nella project room, metafore della società e delle sue problematiche più profonde. Un gruppo di gatti, ipnotizzati dalla visione eterea di una lisca di pesce, rappresentano l’incapacità di reazione della collettività dinanzi ai mezzi di comunicazione di massa. Ma anche la brama, il desiderio, il senso di invidia sociale scaturito dalla patina shocking delle immagini mediatiche.
Mentre ritratti di persone e cavalli bardati, alludono alla cecità –e alla sottomissione– dell’uomo contemporaneo di fronte al Sistema in cui vive.
Chiude in bellezza l’installazione di Chen Zhen, celata dal sipario. La vita è una tombola, sembra dirci, dalla quale estrarre i desideri e le occasioni giuste. Su di noi e le nostre scelte incombe, tuttavia, un destino insondabile. La nostra relazione drammatica e conflittuale con il macrocosmo. L’alienante duello quotidiano con la società di cui facciamo, nostro malgrado, parte.
santa nastro
mostra visitata il 20 maggio 2006
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