La breve, ma intensa avventura dell’Astrattismo Classico iniziò nell’ormai lontano 1945, quando a Firenze iniziarono a riunirsi alcuni giovani artisti. La loro intenzione era quella di svecchiare quello che era stato, fino ad allora, il clima culturale fiorentino. Già in altre città alcuni artisti si erano mossi in tale direzione: a Milano era nato il gruppo M.A.C. (Movimento Arte Concreta), a Roma: Forma; ma anche a Torino, a Genova, a Venezia e a Napoli non mancarono iniziative simili. Tutte queste organizzazioni erano accomunate dall’astrattismo, che stava a indicare una ribellione alla vecchia concezione artistica italiana.
A Firenze gli artisti si riunirono sotto il nome di Arte d’Oggi nel 1947, quando furono esposti i primi lavori di Berti, Brunetti, Monnini e Nativi (Nuti si aggiungerà solo nel 1950). La risposta del pubblico e della critica non fu affatto positiva: Berti e i suoi colleghi furono considerati come sovversivi che intendevano creare scompiglio nell’ambiente culturale di una città troppo legata al passato. Altre due mostre (nel 1948 e nel 1949) segnarono questa breve avventura, prima di arrivare all’ultima esposizione (col titolo Fine dell’Astrattismo, 1950) che segnò lo scioglimento del gruppo. Sempre nel 1950 dal teorico Ermanno Migliorini fu redatto il manifesto. Alla fine dell’attività proprio perché voleva essere una dichiarazione delle scelte svolte fino a quel momento. Il gruppo, essendo vicino all’ideologia marxista, aveva optato per la via dell’azione all’interno della società e della realtà popolare: il secondo punto del manifesto recita così: «Invitiamo gli artisti a prendere coscienza della loro posizione nella società, […] a scendere fra gli uomini vivi». Gli artisti provarono a creare un’analogia tra il loro engagement artistico e l’impegno delle masse nel loro lavoro. Altro punto fondamentale del manifesto era l’idea di collettività: l’operare insieme per giungere a un risultato migliore, che mostrasse il carattere di mestiere, di bottega, in contrasto all’antiquato individualismo artistico. Tutto questo era riportato in pratica attraverso il concretismo, le forme geometriche che, nonostante la loro apparente freddezza, non tralasciavano i sentimenti umani e storici.
I cinque artisti erano partiti dal cubismo: dalla distruzione dell’oggetto per arrivare a una ricostruzione totale di un nuovo mondo: «Le forme, le linee, i colori costituivano serenamente un mondo pittorico, risolto in pittura, coi mezzi espressivi di quella».
Con il manifesto il gruppo aveva cambiato anche nome, diventando così Astrattismo Classico, a indicare la fine, ma anche la nostalgia dell’esperienza vissuta. In tal modo si voleva prendere le distanze dalla concezione generale di astrattismo, sinonimo di immediatezza dell’arte, e rivendicareo, invece, la praticità, la mediatezza, l’espressione e quindi la classicità dell’arte.
Dopo la disgregazione i cinque artisti continuarono a lavorare autonomamente, memori di quella che era stata una fondamentale e cosciente prova di rinnovamento e di ricostruzione.
Elena Parenti
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