L’artista palerimitano non si fa assoggettare dai dettami di mercato e di certa critica, per cui un pittore è artista solo se va avanti per progetti e concetti. Bazan coglie aspetti del mondo reale e fantastico che lo colpiscono, senza un filo conduttore necessario tra uno spunto e l’altro.
Non c’è nessun anello di nessuna catena. Nessuna idea di fondo o sovrastruttura. Ma l’innegabile presenza di un comune denominatore, tra le opere esposte nelle due ampie e bianche stanze della galleria. E’ l’atmosfera volgare, appunto, nel senso lato del termine: popolare, diretta, priva di amplificazioni e falsificazioni mediatiche. Le immagini di Alessandro Bazan non sono prese in prestito da telenovele e pubblicità. Le sue figure sono indagate impietosamente, nei difetti e nei pregi.
Un gruppo di uomini e donne affollano uno spazio grigio e scolorato, privo di connotazioni. Sono nudi e suonano
Prostitute, suonatori jazz, “delinquentelli” da bassifondi. Sono i soggetti prediletti da Bazan. Colti in momenti di riflessione o di semplice distrazione, immersi in luci acide, quasi fotografati attraverso filtri a colori. Come in Orange blues, omaggio caldo alle radice della musica afro- americana, di cui l’artista è grande estimatore. O in La birretta, giocato sui toni blu della notte. Pennellate larghe creano un ambiente poco definito, percepito con gli occhi di un ubriaco dopo l’ennesima birra. Un effetto da regia cinematografica, una soggettiva libera indiretta.
Piccole storie di varia umanità, quelle di Bazan. In cui gli sfondi respirano gli stati d’animo delle figure, si deformano, si colorano o ci attraggono in prospettive vertiginose. Creando suggestioni emotive con la felicità e la scioltezza dei grandi visionari e degl’ebbri.
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