Per quelle strane congiunture astrali che governano le umane esistenze, il pistoiese di nascita, ma fiorentino di adozione, Roberto Barni, torna alla sua città dopo nove anni di inspiegabile esilio. E vi torna su più fronti, relegato nella rassegna Continuità alla sola sede di Palazzo Strozzi (produzione anni Sessanta, sezione Nuova astrazione e declinazione pop che la dice lunga sul cammino percorso, e ignorato, fino ai giorni nostri), ma occhieggiante e ben presente su muri,
Figlio di Metafisica e Surrealismo; questo ci indica tanta critica per l’arte di Barni, con definizione parziale e riduttiva. Perché in questa eterna metafora dell’esistenza, con il pedone eletto a protagonista assoluto, wanderer dell’animo, si scorge un cammino lungo l’arte di secoli senza soluzione di continuità. In una delle opere più significative in mostra, Mezzanottemezzogiorno, una grande tela in legno, pittura e cartonage, ci viene incontro un personaggio sbucato dalla tradizione letteraria dei Lazarillo de Tormes e dei Don Chisciotte, a congiungere con un’ampia falcata il suo seicentesco, sfumato, bucolico sfondo alla valle policroma di moderni rifiuti che lo aspetta in primo piano, solcata da rossi ometti condannati a un cammino coatto.
La personale iconografia di vocaboli visivi mutuati da tanta stratificazione culturale (ci troviamo infatti di fronte a un’arte profondamente colta), ci evoca quasi il ricordo di certi manuali iconologici cinquecenteschi, dove simboli assiri o egizi, suggestioni greche e bizzarrie manieriste coesistono a creare un mondo “altro”. Ma in Barni l’essenzialità dello stile arriva a depurare e ad appropriarsi dell’icona in un linguaggio autosufficiente e
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