“Detesto tutto ciò che è curvo, tranne i bicchieri, gli acciai, i contenitori e i piatti. Di solito non prendo proprio in considerazione un mobile o un edificio dalle forme curve. Se avessi potuto scegliere la stanza ellittica sarebbe stata l’ultima preferenza. Mal sopporto i flussi”. E’ con queste parole che Flavio Favelli ( Firenze, 1967, vive a Samoggia, Bologna) commenta la sua ultima stanza abitata, la project room del museo Pecci. Uno spazio che, come tutti i luoghi con cui l’artista si è confrontato, è stato arredato con oggetti della memoria e strutture assemblate. Vestibolo d’aspetto è nato dal dialogo con la cavea del teatro nel cortile. Con questo titolo, che descrive lo spazio dell’entrata, della sosta -che per i Romani era consacrato alla dea Vesta, protettrice della casa- l’artista si è riallacciato, senza saperlo, all’originaria funzione di questo ex ingresso, zona di pubblico ritrovo del museo che solo di recente è diventato spazio espositivo.
Questo lavoro -che richiama Vestibolo , un progetto permanente che Favelli sta ultimando presso la sede Anas di Santa Croce a Venezia- è un vano ellittico composto da marmi pregiati e assi di legno. Ha l’aspetto di un coro ligneo grigiastro con unica seduta ovale in giallo di Siena e marmo di Carrara. Con il suo profilo sinuoso, la struttura invita lo spettatore ad entrare in questo sottoambiente creato nella stanza e a sedersi tra i sette lampadari di cristallo appesi intorno ad altezza uomo. Si tratta di una forma austera tra il palco e il divano, sovrastata da un’ottantina di lampadine accese, inserite meticolosamente in ciotole da macedonia, bicchieri da whisky e ampi calici in vetro sapientemente sezionati dall’artista e divenuti protagonisti di cascate di cristallo a goccia. La cura per il dettaglio e per le preziose stoviglie rinvenute e trasformate in altro, con un processo di scavo nella memoria e creazione di nuove identità, rimanda alla dimensione domestica, centrale nella produzione dell’artista.
La pratica del costruire, del duro lavoro manuale che Favelli sente il bisogno di mettere in atto, come una graduale fuga dall’inquietudine, abbandona gli spigoli aguzzi e il neon dei lavori precedenti per una composizione più soft, inno alle potenti presenze dei lampadari. Che rischiarano l’ambiente e lasciano in bilico, tra la sensazione angosciosa di trovarsi sotto osservazione e la solitudine del momento.
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