La mostra di Gregory Deane toglierà ogni dubbio. Il colore dei gesti: già il titolo la dice lunga, con l’accenno alla componente gestuale del cosiddetto clima informale. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, ogni atto di trasposizione automatica del colore sulla tela nascondeva una rivoluzione. Linguistica ed esistenziale. Oggi manca l’intensità della ribellione, nelle opere di Deane. Questo perché invece di lavorare su una ricerca stilistica, prende in prestito senza interpretarli frammenti di vari autori, come Paul Jenkins o Robert Rauschenberg, suoi modelli dichiarati.
Gregory Deane non è critico verso la realtà che lo circonda. Tanto è vero che egli stesso non tralascia di illuminare l’aspetto gioioso del suo fare arte. Sarà il sole della California, dove si è trasferito nell’adolescenza, ad averlo influenzato. Eppure non si direbbe, guardando gli accostamenti stridenti di colori che si giustappongono sulle sue opere. Aree compatte che forse citano Rothko, ma prive della sua semplice eleganza. Sono infatti invase da inserimenti pleonastici: foglie d’oro, bolo punzonato, spray brillanti, collage di carte; e, immancabili, fogli segnati da scritte giapponesi. Il “fascino dell’oriente” non ha potuto risparmiare
Invece, è nelle piccole tele che l’artista riesce a trovare un po’ di poesia. Come in Scribe (2002), in cui i toni caldi e tenui mimano una piacevole armonia. Nel complesso, comunque, l’impressione è di un facile accademismo. Antonio Natali, autore dei saggi in catalogo, propone un parallelismo storico: Deane sta all’ Espressionismo Astratto come la Seconda Maniera sta alla Prima, come Bronzino sta al Pontormo. Oppure, mi permetto di suggerire, come Orcagna sta a Giotto.
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