“Sono passati molti anni, pieni di guerra, e di quello che si usa chiamare la Storia. …Ma chiuso in una stanza, e in un mondo chiuso, mi è grato riandare con la memoria a quell’altro mondo, serrato nel dolore e negli usi, negato alla Storia e allo Stato, eternamente paziente; a quella mia terra senza conforto e dolcezza, dove il contadino vive, nella miseria e nella lontananza, la sua immobile civiltà, su un suolo arido, nella presenza della morte. – Noi non siamo cristiani, – essi dicono, – Cristo si è fermato a Eboli”.
La stanza chiusa di Carlo Levi era -almeno fisicamente- in Piazza Pitti, dove da rifugiato ripercorre l’esperienza del confino e si dedica alla stesura del Cristo si è fermato a Eboli, senza abbandonare mai completamente la pratica pittorica e la militanza politica. All’indomani della guerra Einaudi pubblicò il libro (commovente in mostra la lettera di Natalia Ginzburg che ne correggeva le bozze),
Un fermento paurosamente silenzioso scriveva Ragghianti occupandosi tra i primi della pittura di Carlo Levi all’indomani della guerra. Levi trascorse a Firenze, in clandestinità e nel carcere delle Murate, i momenti della guerra e della liberazione della città. Viveva da lontano la distruzione della casa dell’infanzia a Torino, cui è dedicato uno dei quadri struggenti della mostra La casa bombardata del 1942, ma viveva anche in una Firenze che oggi pare lontanissima: la città di Montale, della casa editrice La Nuova Italia, delle Giubbe Rosse, ancora pervasa dai dibattiti accesi dalle riviste. E senza dubbio la grande abbondanza di ritratti eseguiti da Levi in quegli anni riflette le sollecitazioni ricevute in ambiente fiorentino: Gadda, Montale e la sua ‘mosca’, Quinto Martini e Giovanni Colacicchi. Proprio dagli archivi della famiglia Colacicchi provengono molte opere e documenti inediti che vengono presentate in mostra. Alla consuetudine con Colacicchi si posson ricondurre i dipinti con nudi femminili e amanti, così come certe stesure ruvide posson far tornare in mente le terracotte ‘etrusche’ di Martini e il bel Ritratto di Lidia così come certi inserti di fiori ad ingentilire ritratti femminili sembrano vicini a Guido Peyron.Una varietà di riferimenti e temi dunque distingue questo momento della produzione di Levi. E il suo sguardo da esterno in una realtà sempre provinciale, come è quella fiorentina, scandisce allora il passaggio dagli ideali umanistici che animavano ancora Giovanni Colacicchi a quelli di “bellezza morale” in cui devono confluire –secondo Renato Guttuso – espressività e collera, che animeranno i realisti degli anni del dopoguerra.
silvia bonacini
mostra visitata il 19 luglio 2003
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Più volte nei mesi scorsi abbiamo cercato di organizzatre una grande mostra su Carlo Levi, qui a Eboli, con la collaborazione del Comune di Torino, di Eboli e di Aliano. Ma non ci siamo riusciti. E' un vero peccato. Vuol dire che ancora una volta Cristo...non si è fermato a Eboli. Allo stesso modo è stato un giorno di lutto per l'arte la scomparsa di Raisat Art.