Stefania Balestri lascia la superficie solida degli oggetti e si immerge in una ricognizione liquida. Come un sottomarino o come un mostro acquatico ed insonne che, con il suo unico occhio, scandaglia il contorno di quello che fu Lilliput. Il mondo grottesco e incantato dell’artista, dove coabitano con disinvoltura e tolleranza reciproca bambole, dinosauri e soldatini di piombo, è di nuovo protagonista, al centro di una nuova esplorazione condotta attraverso l’obiettivo di una macchina fotografica.
Gli scenari sono ancora quelli surreali della Casa delle Fate blindati all’interno di
Il materiale artistico che Stefania Balestri ha elaborato nel corso degli ultimi anni si dispone lungo gli episodi di una narrazione paratattica; “storie sigillate e incomunicanti”, scrive Laura Vecere, curatrice della mostra, ma connesse dall’unità stilistica (coerente non ostante il cambiamento del mezzo espressivo) e dall’ansiosa necessità di tessere un minuzioso regesto delle varie possibilità del linguaggio.
In Nautilus è in atto la stessa inclinazione per la sovrapposizione dei significanti, dei nomina nuda, con il conseguente, inarrestabile, slittamento della realtà degli oggetti
La Balestri non è, per definizione, una fotografa; guarda all’interno delle sue scatole come se usasse un’appendice tecnologica dei propri occhi di cui sfrutta al massimo le potenzialità, dal macro al teleobiettivo. Le lucide stampe, appena una ventina, scelte tra migliaia di scatti, non sono state “passate” per l’elaborazione digitale. I risultati – straordinari anche sotto il profilo estetico – sono davvero unici, non somigliano a niente se non al mondo di Stefania Balestri.
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p.gagliano@exibart.com
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