Un paradigma contraddittorio nei confronti di quella che è la normale situazione dell’uomo contemporaneo, che non ha bisogno di esercitare quasi nessuno sforzo per procurarsi quello che gli occorre per la sopravvivenza. La fatica sportiva, diviene così una sublimazione, ma anche un residuo tangibile delle capacità di sopravvivere nel mondo grazie alla nostra velocità, forza e abilità.
Determinante nel contesto è l’esperienza diretta che Angelo Bellobono (Nettuno 1964 – vive a Roma) ha della fatica fisica, essendo lui stesso un atleta, uno sciatore. Una vita passata sulle piste in montagna e in palestra, a studiare fisiologia e meccanica del corpo umano. Scoprire i propri limiti e raggiungerli, se possibile superarli. Questo è il percorso di un atleta. Bellobono cerca di disvelare queste dinamiche dall’interno. La sua osservazione è infatti guidata dall’esperienza, grazie alla quale dirime la sequenzialità fisica e temporale dello sforzo arrivando ad isolarlo come topos espressivo dell’atleta.
La sua pittura – come scrive nella presentazione Raffaele Gavarro, curatore della mostra – è caratterizzata da decise zone monocrome, quasi astratte, in cui un particolare, o poco più, di un volto emergono ai margini della tela.
Partito da esperienze di tipo installativo e fotografico, Angelo
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cristina olivieri
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