Mostre su mostre, un film, un libro. Si chiama Family Business il più recente progetto di Mitch Epstein, il fotografo americano che dagli anni ’70 inquadra i dettagli di molte città del suo Paese come dell’adorata New York. Il suo obiettivo immortala particolari di un every day metropolitano, immerso nelle mille sfaccettature di una noia apatica, di un sogno americano ormai infranto. Il mito o l’ironia, l’emozione o la routine, una banalità che, filtrata attraverso la sua macchina, svela tonalità polimorfiche e cangianti.
È la galleria Brancolini Grimaldi a presentare per la prima volta in Italia e in Europa una personale che comprende, oltre al progetto del 2003, altre due sezioni: Recreation (1973-1988) e The City (1995-1999). In Family Business le tinte sono quella di una crisi profonda, di un declino quasi irrefrenabile. La sua cittadina, Holyoke nel Massachussetts, è raccontata attraverso pareti decrepite, contenitori di speranze o, meglio, di quelle che un tempo sono state speranze. Il suo linguaggio ha valenza simbolica, concettuale: in Flag solo in parte sono visibili le stelle e strisce, soffocate da un sacchetto di nylon che prosciuga aria vitale e riduce un simbolo tanto forte ad un asettico sottovuoto. La bandiera è impacchettata, proprio come l’immagine che l’artista ha del suo Paese. Lo stesso padre, protagonista di numerose foto, è ritratto come segno tangente di quella generazione che dagli anni Cinquanta tenta di realizzare the American dream.
Gli scatti di Recreation hanno lo stesso sapore di fotografia documentaria – nella quale Epstein fu tra i primi a sperimentare il colore – ma il respiro è quello degli anni ’70 e ‘80. Le atmosfere? Hanno il gusto tagliente di una dimensione densa di segreti e misteri “quasi” svelati, ma la ritualità del passatempo americano affiora comunque tra le tonalità opache, quasi intorpidite. Anche i protagonisti, in bilico tra la sbiadita linea tra pubblico e privato, sono accompagnati da una triste compassione. Una pausa tra i guarda-spiaggia della costa californiana, un giro in barca su un lago della Florida o, in un bosco, il sensuale gioco di alcune fanciulle con un serpente.
Lo stesso per The City, in cui si instaura un dialogo tra le immagini di amici e parenti con i particolari della frenetica metropoli: la sua New York è quella immersa tra infiniti intrecci caotici, pulsante di dimensioni contraddittorie. “Il principio dell’osservare e la sottile linea sbiadita tra pubblico e privato” afferma l’artista “ sono stati fondamentali per la realizzazione di The City. Il mito di New York non può essere separato dalla sua realtà. Queste fotografie sono una New York sia immaginata quanto reale”. Solo così lo scorrere della normalità può assumere la qualità di leggenda.
marta casati
mostra visitata il 30 maggio 2004
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