Il nome di Egisto Ferroni (1835-1912), artista “di razza” del Naturalismo toscano di fine Ottocento, è oggi riportato all’attenzione della critica e del pubblico dalla mostra da poco inaugurata al Museo Fattori di Livorno. L’esposizione, nata attorno ad un corposo numero di tele dell’artista di Lastra a Signa (Firenze), si propone di ricostruire il ricco panorama del Naturalismo agreste attraverso un itinerario che, partendo dagli esempi di celebri artisti europei (Courbet, Millet, Breton, Pissarro, Van Gogh), giunge a recuperare le più interessanti proposte della “pittura dei campi” in Toscana e nelle altre scuole regionali italiane.
Ferroni, nome da tempo rimosso da una critica disattenta a fatti artistici lontani dai propri ovvi ed ormai scontati percorsi, fu invece artista stimato già alla fine degli anni ’60 dell’Ottocento, fra gli altri, dai colleghi Cecioni e Signorini, che pure interpretarono diversamente da lui la vita del popolo e della campagna. Distante dai motivi della ‘Macchia’ come da forme più meditate di adesione al vero, Ferroni elaborò infatti un suo piano e dimesso Naturalismo, sapendo cogliere, con tagli e prospettive così tipicamente derivate da quelle fotografiche, gli aspetti prosaici della vita contadina, fatta di piccole gioie, ma soprattutto di pazienti sacrifici, come mostra la severa e stanca Boscaiola ad apertura dell’esposizione, rude figura di donna schiacciata a terra nel formato allungato della tela, gravata da un cielo che minaccia piogge, ma tuttavia forte e resistente, come il legno delle querce alle quali ha appena sottratto i rami, sui quali giace seduta.
Dopo questo primo potente assaggio ferroniano, la mostra dà ampio respiro ad una sezione europea che documenta, attraverso una scelta serie di esempi, la diffusione e l’intrinseca coerenza del Naturalismo nei diversi paesi; si incontrano quindi una sporca e livida (ma splendida), Guardiana di porci di Courbet, un dolcissimo disegno e due vibranti acqueforti di Millet, le tenere e delicate contadinelle fanciulle di Breton, Clausen ed Israëls, un lirico e sospeso paesaggio dove sostano in pace, sul greto di un fiume, due Vagabondi, autentico pezzo di bella pittura firmato dal francese J.-A. Muenier.
Al secondo piano di Villa Mimbelli, con ancora negli occhi la monumentale tela di Teofilo Patini Bestie da Soma, quasi scioccante per il suo imponente formato (cm. 244×416) ed una pittura come asciutta ed arsa
Le ultime due sezioni della ricca e riuscita esposizione livornese ampliano di nuovo il panorama del Naturalismo agreste, andando a ricostruirne le vicende nel territorio delle diverse regioni italiane ed in particolare in Toscana: accantivante in questo frangente il dialogo fra pittura e scultura che vede alternarsi opere di Cannicci, Cecioni, Gioli, Kienerk per i toscani, mentre per le scuole regionali spiccano i nomi di Carcano, Fontanesi e Michetti.
La mostra si congeda dal visitatore con un confronto esemplare: i Due vangatori di un’incisione di Millet, nella severità del bianco e nero, si rispecchiano nella traduzione pittorica di Van Gogh, omaggio ed insieme commiato dagli ideali del Naturalismo.
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