Questa volta non si tratta di considerazioni retoriche, è difficile capirlo se non lo si vede con i propri occhi: l’intervento di Jimmie Durham (Arkansas, Stati Uniti, 1940). fa impazzire . E non solo gli habituè dell’arte, ma anche un folto popolo di ragazzi che il mercoledì sera a Palazzo delle Albere sorseggiano la loro birra seduti dentro una vecchia vasca, accovacciati su copertoni consumati o appollaiati su un’Ape derelitta.
Gli stessi gestori del club estivo ospitato nel parco del palazzo, che ospita la sede originaria del Mart, non riescono proprio a capire: ci sono comode sedie ricoperte di un elegante drappo candido, ma i ragazzi preferiscono ammassarsi sui mucchi di rifiuti –sì, letteralmente rifiuti- che l’artista di origini cherokee ha voluto spargere sull’esteso prato.
Il suo assistente ci spiega che le sedie sfondate, il divano liso, il bidet in vetroresina, gli avanzi di tubi, li hanno trovati in giro per la città, in discariche abusive che anche nell’impeccabile Trento sono numerose, soprattutto nella zona industriale. Durham ha preso quest’immondizia, rifiutata anche dai centri di recupero e dai negozi dell’usato, per caricarla di nuova vita. “Voglio che ogni pezzo di questo progetto venga utilizzato, la gente si sieda, si fermi a parlare”, ci spiega con poche, ma efficaci parole. Durham appare tutt’altro che un iracondo o un impulsivo, lui che è solito distruggere quello che gli capita sotto mano. Alla Fondazione Ratti un paio di anni fa colpiva “a morte” con un sasso gli oggetti che i suoi allievi gli portavano alla scrivania, quindi rilasciava loro un foglio firmato e timbrato: era il suo certificato della buona riuscita dell’operazione di recupero.
Questa continua sospensione tra distruzione e creazione, rifiuto e scelta, passato e presente –come recita lo stesso titolo dell’intervento a Trento– è del resto strettamente legata con la sua identità di indiano nativo: “sono cresciuto nella foresta mangiando serpenti”, racconta. È inevitabile che una cultura attaccata e violata cerchi di risorgere dalle ceneri soffermandosi sull’idea di negazione e rinascita.
Gli oggetti della società di consumo, dopo la fine del loro utilizzo, perso il riconoscimento all’interno della quotidianità, possono finalmente essere spogliati di ogni sopravvalutazione, di ogni deformazione del senso originario, di ogni amplificazione di massa, e possono ripresentarsi sotto un nuovo significato, come nuovo oggetto o come pura forma e colore. Nel progetto risultano infatti inaspettate alternanze dei materiali, dei colori, delle cose: dalla plastica gialla e rosa di un giocattolo ancora perfetto, ma rifiutato dal bambino viziato, al blu dell’Ape, al verde di una tavola alta e stretta che non lascia indovinare il suo scopo originario, fino al bianco di resistenti imballaggi di polistirolo. Gli elementi sono riuniti in piccoli gruppi che affiancano paraurti ripensati come panchine ad assi improvvisate su pallets, quasi fossero dei salotti, uno diverso dall’altro.
O come fossero i quartieri di una nuova città ideale, nata su questo prato.
In quest’inedita città abitata e affollata c’è anche un graffito. Sembra che l’artista -anche poeta e attivista politico– abbia voluto inserire attraverso un sistema di scatole cinesi anche una manifestazione espressiva di strada per sottolineare ancora più, se ce ne fosse stato bisogno, la sua volontà di realizzare progetti che respirino l’aria del tempo, l’aria della gente, l’aria del luogo.
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