Il sottotitolo con cui il MART accompagna la mostra dedicata a Claudio Abate (Roma, 1943) è semplicemente: fotografo. Ed è effettivamente proprio qui, unicamente attraverso questa pratica espressiva, che si sviluppa la sua carriera. Ma parlare “solo” di fotografia in questo caso sembra riduttivo. Le immagini scorrono sulle pareti delle sale come fotogrammi di una lunga sequenza cinematografica, e raccontano mezzo secolo di storia dell’arte. I suoi scatti sono la testimonianza di una delle più riuscite relazioni tra immagine e opera d’arte. Viene in mente solo un altro grande maestro, Ugo Mulas, che, come scrive Achille Bonito Oliva nel saggio introduttivo al catalogo “tendeva ad un confronto frontale con l’opera”. Ma se Mulas dimostra, appunto, di adottare un’ottica diretta, Abate invece arriva all’essenza dell’opera attraverso un’altra via, quella di una raffinata contestualizzazione, cogliendola nel suo spazio e legandola indissolubilmente alla temporalità in cui lo scatto è stato realizzato. Si è occupato di artisti come Kounellis, Pascali, Schifano, Capitano, De Dominicis, Beuys, Mauri, Mochetti, Merz, Penone, Kiefer, Cucchi, Fabre, Paolini, Zorio, Christo e tanti altri. Tutti hanno condiviso la sua grande sensibilità lasciandosi andare nel suo universo, senza il timore di perdere qualcosa, semmai con la certezza di guadagnare nella rappresentazione fotografica dell’opera.
Ben centoventi sono le immagini in mostra, nella prima retrospettiva dedicata ad Abate in Italia da un grande museo, un’esposizione che vuole essere anche una ricognizione critica e teorica sul suo operato. Si potrebbe pensare ad un grande archivio fotografico che oggi restituisce frammenti di storia dell’arte contemporanea di grande rilevanza. Ma non è solo così, le fotografie, sia in bianco e nero che a colori, sono il frutto di una capacità che procede per accumulo di valore, per avvicinam
Si tratta di un vero e proprio viaggio nel mondo dell’arte, ma non nella sua totalità. Abate infatti procede per affinità con l’artista e la sua opera, quindi la riuscita è maggiore quanto più è la contiguità esistenziale con l’artista che l’ha creata. Ma il miracolo non avviene solo davanti ad un’opera d’arte, ha effetto anche quando, negli anni Cinquanta, Abate immortala un giovane Carmelo Bene, prima che diventasse quel demolitore instancabile del linguaggio teatrale. A questo effetto visivo si può solo arrivare per comunanza interiore. Il suo linguaggio fotografico diventa arte poiché è capace di restituire quel dialogo indispensabile che ci deve essere tra artista e opera, tra immagine e interiorità.
claudio cucco
mostra visitata il 21 giugno 2007
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