Elena Arzuffi (Bergamo, 1965) è una tipica artista mid career che negli anni ’90 è uscita dal mucchio transitando dalla Bologna del Dams alla Milano di Viafarini, trovando consensi nel tessuto meneghino e diventando uno dei “soliti nomi”. Presente in numerose rassegne, spazi pubblici e privati, scelta da certa critica italiana di spicco come interprete di una diffusa riflessione al femminile che opponeva la complessità della realtà quotidiana alla tipica spettacolarizzazione del nostro tempo. La sua è però anche la storia dell’incapacità del microsistema italiano -curatori, gallerie, media, collezionismo pubblico e privato- di imporre le proprie scelte in campo internazionale.
La personale padovana dell’artista milanese è tra le migliori della sua carriera, segno di una tenacia e lucidità non comuni. Arzuffi qualcosa da dire ce l’ha ancora. L’ispirazione viene come sempre dal vissuto privato, dall’esperienza di ogni giorno, quella oscurata agli occhi dello spettatore, reso cieco dalla pervasività dei media (Paul Virilio), nella quale spesso si annidano drammi, disperazioni, momenti di incomunicabilità e d’angoscia.
I mutamenti metereologici e l’alternanza delle stagioni accompagnano le abitudini, scandiscono il passare del tempo, influenzano lo stato fisico e interiore. E diventano ossessione: alle pareti sono appese le previsioni ritagliate dai giornali e la televisione manda solo quelle, su ogni canale. Sulla scrivania una vecchia Lettera 32 conserva impresso nella carta un appunto diaristico; lì vicino è pronto il guinzaglio del cane per la solita passeggiata al parco. E se piovesse… gli ombrelli sono ordinati e pronti per l’occorrenza. Una scena sospesa in uno stallo emotivo, proiezione dell’animo di Elena Arzuffi, costantemente in bilico tra presenza e assenza, realtà e sogno, inquietudine e malinconia, ricordo e dimenticanza.
Sui muri emergono i brandelli di memoria. L’artista, che all’intimità e provvisorietà del disegno si è sempre affidata, anche per la realizzazione dei suoi video, ha qui trovato una chiave di volta straordinariamente efficace ed evocativa: il supporto della carta da lucido, impiegato di solito nel ricalco (sia in ambito tecnico che artistico), diventa qui velatura calata su luoghi ordinari deserti, cortine di nebbia che offuscano i ricordi, sulle quali restano impressi i protagonisti (un uomo e il suo cane), tratteggiati con pochi segni, residuo minimale preservato gelosamente prima che scompaia, dimenticato.
Accanto ai disegni, il video presentato non è un’animazione, ma il montaggio in sequenza di questi flashback, narrazione frammentaria e malinconica sullo sfondo di effetti sonori che alternano i suoni naturali: il canto dei passeri, lo stormire delle fronde, la pioggia.
Ombrelli e guinzagli riposti, tv accesa e cappello sul divano: singolare è la sensazione di solitudine che pervade la sala trasformata in appartamento, indotta dall’inquietante assenza dei suoi inquilini e dall’assordante silenzio degli oggetti.
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