Il titolo (Cento di questi giorni) non è un buon augurio, come potrebbe a prima vista sembrare. Non è il compleanno di nessuno. Anzi, quasi l’opposto, per citare una battuta di un film di Hitchcock, Nodo alla gola. È una mostra che indaga il rapporto tra la vita e la morte, e soprattutto quest’ultima, visto che a essere esposte sono ben cento fotografie di lapidi. Ogni foto, un morto, disposti in ordine cronologico da un anno a cento. Come tasselli di un’unica, lugubre composizione.
Questo il ritorno a Padova di Eugenio Percossi (Avezzano, 1974) dopo due anni precisi dall’ultima mostra in città, sempre alla Galleria Estro. Ritorna più disilluso di pria, quando in periodo natalizio proiettò il video di un albero di Natale che, in una stanza addobbata, prendeva fuoco e faceva divampare un incendio. Oggi come allora, l’argomento che si affronta è la precarietà: della vita, della festa, dell’illusione.
In una situazione di totale insicurezza come quella che ci prospetta, in cui la morte arriva indifferentemente dall’età, dal sesso, e dalla posizione, diventa importante chiarire le idee sul perché viviamo, che sia una motivazione astratta, ironica, biologica oppure basata sulle nostre passioni e sugli scopi che vogliamo raggiungere. Alcune delle risposte sono collezionate nel video in mostra, dove l’intervista a persone di tutte le età è composta da una sola domanda: “Perchè vivi?”. E altre risposte sono invitate a darle i visitatori della mostra, introducendo la loro motivazione in un’urna, piegata in quattro parti. Tra queste si sarebbe poi estratta la scheda vincitrice, per introdurre nel discorso il gioco della fortuna e della casualità che nella vita e nella morte svolgono un ruolo tutt’altro che defilato. Il premio? Un disegno di Percossi. Infatti in mostra, al termine del percorso, si trova un album di disegni, anzi di ricalchi. Naturalmente di lapidi, in vari colori, molti dei quali per niente spenti, freddi o tetri come l’occasione potrebbe far pensare.
In conclusione, benché possa sfiorare l’idea che la mostra prenda a pretesto un’idea su cui affondano varie suscettibilità e sensibilità personali per colpire e scioccare il visitatore, non si può negare a Eugenio Percossi di aver sviluppato un messaggio e una ricerca. Ci si arriva subito, fermandosi a riflettere solo pochi secondi, appena usciti dalla galleria. Il concetto è quello, di una precarietà diffusa e della naturalità della morte, vista come parte integrante della vita, come la seconda faccia della stessa medaglia.
carolina lio
mostra visitata il 20 febbraio 2007
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