La collezione permanente della Galleria d’Arte Moderna Palazzo Forti ha trovato finalmente una collocazione stabile nelle sale del museo. Le mostre temporanee verranno infatti “dirottate” prevalentemente nel ristrutturato Palazzo della Ragione. E così tra vecchie donazioni, depositi e nuove acquisizioni, le oltre centocinquanta opere offrono un importante contributo della storia dell’arte degli ultimi due secoli. Ma il taglio espositivo, scelto dal direttore Giorgio Cortenova, rifiuta una disposizione in senso cronologico delle opere, prediligendo invece una divisione di tipo concettuale, quasi psicanalitico. Nascono così quattro sezioni dai titoli suggestivi: Lo spazio- tempo dell’io, Le visioni contraddittorie, Lo specchio dell’io e L’enigma del volto e del corpo. Di fronte ad un’arte difficilmente imprigionabili in rigidi schemi e correnti stilistiche, è l’ uomo con la sua identità e le sue problematiche ad essere il perno intorno a cui ruota l’esposizione. Lo sguardo, che per sua natura tende a spaziare verso l’infinito può trovare solo dentro di sé la chiave per interpretare una realtà in continuo mutamento.
Nella sezione Lo spazio tempo dell’io l’artista indaga il rapporto dell’io rispetto alla vita e alle proprie aspirazioni interiori. L’oggetto diventa il me
L’opera di Katherine Doyle è l’emblema delle Visioni contraddittorie. L’olio su tela -senza titolo- documenta in modo crudo e disincantato il dramma e l’alienazione dell’esistenza umana. In un malinconico ambiente domestico due figure umane se ne stanno sedute incapaci di comunicare tra loro: l’uomo ha gli occhi chiusi come se volesse scrutare dentro la propria anima, mentre gli occhi della donna sembrano voler abbracciare l’infinito.
Lo sguardo è da sempre stato considerato lo specchio dell’anima e non è un caso che gli occhi della volpe artica fotografata da Roni Horn vengano scelti come emblema dell’intimità dello sguardo. Di fronte alla profonda crisi dell’uomo, è nello sguardo di un animale che si ritrova un barlume di umanità.
paolo francesconi
mostra visitata il 23 marzo 2006
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