Semplici reti metalliche pronte a catturare piccoli frammenti di precaria esistenza, nella ricerca kleeiana di “rendere visibile l’invisibile”.
Figure piatte, trasparenti, semplificate al massimo, i cui pixel d’ombra abbandonati sul piano stigmatizzano la banalità della riproduzione tecnica.
Forme trasfigurate dal gioco alchemico di Mario Martinelli, che come un deus ex machina ricostruisce le trame dell’inestricabile connessione tra spazio fisico e spazio virtuale, in uno scambio linguistico di intrusioni, trans-apparenze, apparizioni mobili capaci di scardinare completamente qualsiasi fossilizzata definizione.
Una definizione confutata nel suo stesso trasfigurante vibrare, ove l’intreccio filamentoso viene dipanato dal rituale di un gesto iconoclasta, che nella ripetitività testarda del fare e disfare vuole risalire all’origine organica e dinamica della vita.
Nella convinzione, di matrice leonardesca, che la pittura sia esclusivamente un fatto mentale, Martinelli non ammette gerarchie o classificazioni materiche, ma accetta consapevolmente l’utilizzo di materiali (neon, ferro e pietra), che nella loro implicita eterogeneità consentono imprevedibili slittamenti linguistici, alimentati da un furor creativo che, da sempre, ha sostenuto la sua ricerca critico-artistica.
Una ricerca che già nel 1991 alla Galleria Tittel di Colonia mostrava che, catturando l’ombra dei visitatori tramite il semplice passaggio di una fotocellula, era possibile consegnare ad un’anonima rete un frammento unico di esistenza, creando un simulacro che sembrava incarnare una condizione di indefinibile infinitezza.
Novelle filiazioni del calviniano Cavaliere Inesistente, queste figure rivestono il proprio nulla di un’ambigua monocromia, la cui aleatorità, perennemente sospesa tra essere e non essere, lascia trasparire la traccia indelebile di una dimensione superiore.
Una traccia che si avvale dell’effetto deformante dell’ombra, non più intesa come passiva proiezione di una mortale identità, ma come creazione vitale che, nella sua insondabile autonomia, conserva i segreti di una memoria sempre viva.
Come non ricordare la religione egizia, ove un geroglifico antropomorfo rappresentava l’indomabile timore suscitato
Oppure i Dialoghi di Luciano di Samosata, ove questa appariva come testimone implacabile di ogni caduca azione compiuta nella vita terrena?
Ma perché l’ombra si riveli, è indispensabile la forza generatrice della luce; e proprio l’ombra che abita nella rete di Martinelli, da specchio passivo di una opacità figurale diviene, paradossalmente, incontrollabile sorgente luminosa, in grado di proiettare su neutre mura la memoria silenziosa di una realtà indecifrabile.
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