Come non pensare al “paese dei limoni”? All’incanto dei viaggiatori che dal nord varcavano le Alpi per il grand tour nel paese di Petrarca e Dante, di Michelangelo e Tiziano, di Napoli e Venezia? C’è tutto un mondo di suggestioni letterarie e artistiche -liricamente ripensate- nelle fotografie di Marco Campanini (Parma, 1981). Sono fotografie di opere riprodotte sui libri, ma private dei loro contorni, e senza alcun riferimento alla dimensione, all’autore, al luogo. C’è la dolcezza indeterminata di un ricordo che può giacere solo sulle pagine stampate, quasi un viaggio pessoiano fatto tra le mura domestiche, godendo di un ultimo scampolo di luce vicino la finestra con il libro in mano (Grand Tour B, 2004). Ma c’è anche lo smarrimento, determinato dalla volontà di non rendere riconoscibili soggetti e paesaggi, di cui vengono mostrati -grazie all’uso selettivo di luce e mascherature- solo piccole porzioni. Così una lingua d’acqua tra due lembi di terra annega nel nero, mentre non sapremo mai quale sia il golfo verso cui un anonimo viaggiatore sulla collina punta il proprio cannocchiale (Grand Tour A) .
Ma le immagini sono anche una riflessione tortuosa sul rapporto tra opera e realtà, sulla rappresentazione (la foto) di un’ulteriore rappresentazione (la pittura). Per un’inconsapevole eterogenesi dei fini, il mito settecentesco e illuminista di una conoscenza oggettiva della realtà si confonde, fino ad annullarsi nel soggettivo dell’obiettivo fotografico puntato sulla carta, nella messa a fuoco selettiva, nella possibilità di rendere quasi tridimensionali alcuni dettagli, nella necessità di (re)interpretare le matrici visive che ci mostrano il mondo.
Sulle orme della poetica degli “infiniti mondi immaginari” di Luigi Ghirri, Campanini fa suo il bisogno di manipolazione, ma anche quello della creazione fantastica, estendendo e intensificando gli aspetti più onirici del pensiero soggettivo. Nell’epoca della facile riproducibilità di opere e perfino di pezzi di realtà, da un lato ricorre all’antico per interpretare, dall’altro fa uso di una tecnica moderna e seriale come la fotografia per spiegare. Ricomponendo, anche solo per un istante, l’apparente antinomia tra passato e presente, tra tecnica e poesia.
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Ma non è un po' troppo un Ghirri in ritardo di vent'anni per suscitare tanta attenzione?