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FORMULA PADIGLIONE ITALIA

di - 11 Marzo 2011

Era
la fine di febbraio quando sui tavoli delle redazioni arrivò un comunicato
stampa con i nomi degli artisti selezionati per il Padiglione Italia alla
prossima Biennale. C’erano Cattelan e Pesce, Kounellis e Gina Lollobrigida, la
Beecroft, Francesco Arena e via enumerando fino a 40, un parterre un po’
sconnesso ma dato il funambolismo del direttore Vittorio Sgarbi, anche
plausibile. Quel che destava qualche sospetto era l’indirizzo che targato
Biennale, finiva con “gmail.com”. Tra coloro che lo presero per buono ci furono Il Manifesto con Arianna Di Genova, che si limitò a riportare l’elenco per
poi pubblicare una nota di smentita quando risultò falso, e Il Riformista con
Francesco Bonami che vi trovò ampia materia di attacco all’indigesto direttore.
Il primo marzo egli irrompeva dalle pagine de Il Riformista nella fumosissima
sala d’attesa del Padiglione Italia con una raffica di ragionevoli
interrogativi e feroci critiche al babelico progetto. Il comunicato stampa
farlocco, smentito all’indomani da Sgarbi, era per Bonami un invito a nozze, un
formidabile come volevasi dimostrare che dava fuoco alle polveri. Uno scherzo
che se da un lato ha mostrato l’animosità scatenata del critico, certo non gli
ha spuntato le unghie dato che l’adunanza ecumenica prefigurata da Sgarbi sta
entrando nella fase operativa e il caos sembra davvero regnare sovrano come,
d’altro canto, l’embargo di notizie.

La Biennale c’entra ben poco, è il
Ministero dei Beni Culturali il soggetto promotore, mentre Arthemisia Group tiene
fila e organizzazione. Un non meglio precisato comitato di studi nominato da
Sgarbi, sta vagliando le liste dei nomi individuati dalle istituzioni locali.
Ogni città e ogni regione coinvolta nella selezione di una rosa di nomi preferibilmente al di sotto dei 45 anni do età, si sta muovendo a modo suo.
Individuato un sito locale quale propaggine tentacolare del Padiglione Italia,
ognuno sta procedendo in ordine sparso: qualcuno chiede il soccorso di critici
e curatori, ma per lo più si evita il ricorso agli addetti, che Sgarbi
gratifica del titolo di infermieri. Lo spirito di patata gode di buona sorte
e il profilo dell’addetto si è dilatato nell’occasione a dismisura e chiunque,
dal burocrate di partito all’informatico scrittore, dal cuoco al regista a proprio
gusto e con libera cognizione della materia, può indicare il suo artista
prediletto. L’obiettivo confesso è la spallata al sistema dell’arte che, anche
se non è una fede ma un insieme di interessi, alcune regole, criteri e
narrazioni sul suo oggetto garantisce al presente.



Il
problema che si pone non è tanto difendere il sistema, il problema è il Davide
di turno e la fionda che usa, cioè in nome e per conto di che cosa Sgarbi e il
suo progetto enfatico puntano ad abbattere le consorterie rodate del sistema.
Ciò cui potremmo assistere in queste settimane di preparazione è il carnevale
degli opportunismi a viso aperto. Niente aut-aut ma et-et recita la massima
del divo Vittorio, al quale in verità non importa niente, ma assolutamente
niente dell’opera (contemporanea) in sé, dell’artista in sé, della cosa in sé,
ma del polverone, dell’adrenalina, del paradosso, dell’eccitazione da
giustiziere della notte, da bastian contrario mediatico, il tutto suffragato da
gratificazioni a più strati. Oggi la merda d’artista è una genialata, domani
una tautologia senza l’aggettivo. Dipende dalla luna e dal contesto. L’ et-et
punta a scombinare tutte le carte, a far sollevare il pelo: Mantegna impiantato
all’Arsenale, nel cuore della Biennale come disse alla prima uscita dopo
l’incarico, è il massimo del godimento decadente. E’ in puro stile dannunziano
aggiornato al kitsch postmoderno. Fa colpo. Spiazza che ti spiazza la nuova
logica è la soggettività ad oltranza. Tutto è contemporaneo, niente è
contemporaneo. Non che ci facessimo mancare il brivido, vedi Giacometti e
l’Ombra della sera
a villa Manzoni a Lecco, che ha meritoriamente raccolto il
plauso di Napolitano. Quel brivido infatti è pieno di significato, l’ha
coltivato la storia critica del novecento, è meraviglia colta, motivata. Non è
amor della scossa, dell’accostamento ardito che sprigiona emozioni edonistiche.
Ecco: forse lo spettro è lo svacco, lo sballo, il puro (non il libero) arbitrio
che mina il sistema in nome del capriccio prodromico di nuovi virus per vecchie
tentazioni. Non la letteratura, non il fuoco a vista sugli addetti, non questo
o quel magnifico esterno (regista, cuoco, scrittore) che segnala un artista e
forse lo fa meglio, più a pennello, di un critico d’arte; ma la formula, la
ratio, la Babele lucidamente perseguita per demolire il sistema in corso.


E’ la
creme del luddismo foderato di cultura liberal. Artisti e accompagnatori
all’Arsenale potranno essere ottimi nomi e portare buone cose; nelle cento
città dentro e fuori l’Italia potranno affacciarsi i migliori artisti locali,
mai dire mai…

Ma è lo spirito e la formula che fanno temere il peggio.

a cura di Virginia Baradel

Visualizza commenti

  • evviva la biennale. qualsiasi essa sia. forse sarebbe ora che si desse attenzione al lavoro degli artisti, che si parlasse di loro. anche se meno importanti ma diamo a tutti la possibilità una volta di avere i famosi 15 minuti di gloria di wharol!!! poi il tempo darà i risultati.
    grazie

  • ma!! in fondo sgarbi non è un pazzo....penso che la sua biennale in toto sia una enorme operazione concettuale, da quando tempo l'arte è così seriosa, non ama prendesi in giro... non sono forse stati i piu' grandi artisti a rimettere le nostre convinzioni in discussione?
    Non è la situazione mondiale dell'arte contemporanea una babele?
    Exibart è una rivista d'arte contemporanea. In realtà è realmente contemporaneo ciò che viene vissuto, sperimentato nelle nostra brevi esistenze, in fondo la fisica quantistica la filosofia contemporanea ci dice proprio questo, tutto è ralativo.

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