Il nudo femminile continua a sedurre. E non parliamo certo del patinato corpo delle modelle da calendario o delle star della tv, della moda, della pubblicità. Rifatte e ritoccate, dal bisturi del chirurgo o dal più prosaico mouse di Photoshop. Di quei corpi omologati siamo invasi e ormai sazi. Parliamo invece delle donne che ammaliano perché sanno (in)cantare come Calypso, alimentando il senso di vuoto che crea la distanza tra il loro ed il nostro corpo.
Ken Damy (Orzinuovi, Brescia, 1949) sembra conoscere perfettamente la dinamica platonica di Penìa/Eros. Forse inconsciamente, ma è su questo che pare aver costruito molti dei suoi scatti, eseguiti in studio, esposti ora presso la galleria veronese. Protagonista assoluta è la donna nella sua fisicità, implacabile e quasi distaccata portatrice di desiderio e di carnalità, animata internamente dalla tagliente capacità –denudandosi di fronte l’obiettivo– di celare tutto nel momento in cui tutto mostra. Le modalità di indagine sono di natura maieutica. L’arte di “tirar fuori” viene esercitata al massimo grado e coinvolge lo spettatore più che il corpo delle modelle. Si ha l’impressione che la loro nudità anziché indagare nell’intimo femminile faccia parlare di chi guarda. È questa la prima sensazione spiazzante.
E a quel punto la bellezza dei corpi diventa quasi un pretesto per permettere una sorta di flusso di coscienza. Fa riflettere l’utilizzo dei topoi classici del nudo in studio, dall’uso dei punti di luce al ricorso dei morbidi panneggi. Si sente quasi una dimensione di accademia, di terreno intimo che esclude la presenza e l’interazione con il resto del mondo. Le due modelle dai capelli scuri protagoniste di molte delle foto sono appoggiate su di una base che, in maniera statuaria, le eleva e le distacca dal fondale grigio-verde. Spesso legate tra loro, assumono posizioni coreografiche cariche di tensione visiva mentre una luce morbida, talvolta calda, accarezza le cosce, i seni, i visi.
In un’immagine sono raggomitolate sopra una sorta di piedistallo, le braccia avvolte all’altrui corpo, quasi come dei gatti, incuranti di ciò che sta accadendo attorno a loro e per questo ancora più ammalianti.
Ma se alcuni degli scatti in bianco e nero danno però l’impressione di un lirismo eccessivamente distillato, meno coinvolgente, e quindi frigido, la serie con le donne con il basco trasmette invece una forte afflato carnale. Sublimato, nelle doppie esposizioni con la stessa modella, in un’ammiccante allure erotico-metafisica.
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