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Nella cultura? Tanti generali e nessun soldato

di - 26 Settembre 2016
Gli Stati Generali della Cultura, quelli del turismo, quelli del mecenatismo, le cabine di regia, i board. L’Italia della cultura sembra quasi un gran gala di se stessa, un grande scambiarsi segni di stima in tutte le occasioni mondane.
Ma a chi e a cosa servono queste manifestazioni? Da un punto di vista comunicativo, il risultato è lampante: testate giornalistiche e siti internet hanno applaudito e acclamato un nuovo ritorno della cultura nella vita economica del Paese, ma se si cerca di indagare in maniera più concreta, ecco che la situazione si fa più fumosa. Non sono stati risolti i problemi strutturali del nostro patrimonio museale, problemi come la lentezza burocratica, la scarsità di risorse, la mancanza di personale e la carenza di figure professionali specifiche altamente specializzate. Così come non è ancora stata risolta quella vecchia diatriba tra tutela e valorizzazione. Durante gli Stati Generali del Mecenatismo (meglio detto, gli Stati Generali degli Amici dei Musei), che si sono tenuti il 5 Settembre a Firenze si è parlato molto, forse troppo (e ahimè si è solo parlato), di Art Bonus, riforma dei musei, di collaborazione tra pubblico e privato, di legame tra imprese e cultura. Ma poi cos’è stato fatto? Pensiamo, ad esempio, all’Art Bonus e al rapporto tra imprese e cultura in questo momento storico nel quale la crisi economica può anche essere conclusa, ma la ripresa è a singhiozzo: come si può proporre a una piccola-media impresa italiana di diventare mecenate senza un qualche tipo di ritorno?

La cultura non può essere intesa come puro mecenatismo. Il rischio, altrimenti, è quello di cadere in un sistema che dipenda esclusivamente dalla generosità altrui e che, in assenza di questa, è destinato all’immobilismo. Bisogna invece mettere in condizione il nostro tessuto industriale, composto non da grandi multinazionali, ma da piccole aziende con forte vocazione territoriale, di investire nella cultura.
Per farlo è necessario che chi decida di investire in cultura possa trarne un beneficio, che può anche non essere puramente monetario. In questo senso, le aziende, piuttosto che essere dei semplici sportelli di credito a senso unico, potrebbero diventare parte integrante della gestione del bene e dividere con il settore pubblico, oneri e onori della sua gestione. Sarebbe questa forse la prima mossa per una vera collaborazione tra pubblico e privato in una prospettiva di sostenibilità economica.
Altro punto che spesso ormai ricorre in queste grandi occasioni è quello inerente la nomina dei super manager introdotta dall’attuale esecutivo per i più importanti musei italiani. Anche questa, a ben vedere, rappresenta un’altra azione comunicativa importante, ma che dal punto di vista concreto non potrà portare a risultati strutturali: una persona da sola, senza uno staff che possegga le dovute competenze, non può fare miracoli.
Anche in questo caso si è messa una pezza per coprire la falla, ma non si è risolto il problema.
Uno dei temi di cui non si è parlato, purtroppo, è la trasformazione della cultura italiana in un vero comparto industriale.

Non si parla di indicatori, di target, di indagini di mercato, di accountability, o meglio, non se ne parla in termini imprenditoriali, ma sempre da un punto di vista paternalistico, come se chi facesse cultura non dovesse rendere troppo conto delle sue scelte, sia al pubblico, sia al mercato. È necessario, invece, valutare l’impatto delle attività culturali sui territori, misurando quali comparti vengono interessati dall’attivazione, ad esempio, di un istituto teatrale o dalla creazione di un ecomuseo.
Quante persone usano i mezzi pubblici e quali per visitare un museo, quanti vanno poi al ristorante, fanno acquisti, tornano in occasione di eventi, portano i figli per attività educative, quale è il loro grado di soddisfazione, quanto il quartiere trae giovamento dalla presenza del museo, quante nuove iniziative imprenditoriali e commerciali possono essere riconducibili al flusso turistico generato, quanto aumenta il valore degli immobili e quanto il benessere collettivo. Questi sono solo alcuni esempi per indicare quante cose bisognerebbe compiere in questo settore.
È chiaro che il tempo delle strategie a lungo termine senza indicatori di risultato di breve periodo è finito. Terminato. Concluso.
Ora bisogna agire, creare connessioni tra diversi settori, facilitare l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro e dare loro, non solo la possibilità di creare start up, ma di fondare imprese che sopravvivano alla fase di lancio, favorendo, ad esempio, l’accesso al credito e al know-how per tutte le imprese che si occupano di cultura.

Sono loro i soldati della cultura, sono loro che devono agire, sbagliare, e creare dei progetti che, per energia, per competenze e per posizione, i Grandi Generali della Bellezza non possono più portare avanti.
Il rischio che l’Italia sta correndo è di vedere ancora una volta Stati Generali nei quali si riverberano sempre le stesse medesime parole, innegabilmente giuste, ma profondamente vuote. Forse, l’incognita più grande dei beni culturali italiani è data dalla classe dirigente del sistema-cultura, che sembra ancora vivere in un nostalgico ricordo della passata gestione statale, e che attende, nei suoi salotti e nelle sue cabine di regia, l’arrivo di un mecenate salvatore.
La comunicazione è un aspetto fondamentale di qualunque attività produttiva. Lo è ancora di più nella cultura. È giusto quindi comunicare le proprie azioni, i propri risultati. Per comunicare la cultura tuttavia, bisogna prima agire, creare valori e contenuti che soddisfino i pubblici e mettano, una volta per tutte, la cultura in condizione di competere con i comparti industriali del nostro Paese.
Ve l’immaginate voi, nel bel mezzo di una crisi, l’organizzazione degli Stati Generali della Finanza, e poi Gli Stati Generali dei Consulenti Finanziari, e poi ancora Gli Stati Generali degli Investitori?
Capite ora quante risorse, quanto tempo e quanto denaro, si spreca per non arrivare a nulla?
Stefano Monti

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