Categorie: Architettura

architettura | Derma

di - 30 Marzo 2006

Un recente articolo di Giampiero Sanguigni (PresS/Tletter, Novembre 2005) ha posto l’accento sul carattere decisamente dermatico dell’holland style architettonico contemporaneo, addebitandolo a fattori di pratica costruttiva e di controllo dei costi. La tesi proposta è che la varietà di materiali e texture da cui nell’ultimo decennio sono caratterizzate le facciate degli edifici sia in realtà una attività mimetica utile a stornare l’attenzione dalla povertà costruttiva degli edifici, dovuta alla reiterazione della tecnologia a tunnel, che ha il pregio di avvalersi del cemento armato in modo da consegnare celermente il cantiere, e la pecca di generare spazi interni mediocri. Pare quasi di vederla, questa batteria di polli edilizi che grazie ad una serie di lifting superficiali passa per una elegante parata di ben piumati pavoni architettonici. Realistico. Ma non del tutto vero.
La necessità di limitare i costi di costruzione infatti è connaturata al processo di produzione dell’architettura, tanto più se a destinazione residenziale, eppure solo in Olanda si è tradotta nella propensione all’utilizzo di materiali e tecnologie inusuali. Niente maitre à penser a generare apparati teorici in cui essenza e pelle coincidono, ma solo il prèt à porter di corpi identici per struttura con vesti sempre più appariscenti, griffate e modaiole che evidentemente coprono una certa inconsistenza materiale ma comunicano anche valori di ricerca e curiosità intellettuale.
I fattori decisivi non sembrano allora essere di costo, ma economici, cioè legati a componenti ambientali più vaste. Pensiamo ad esempio a nuclei familiari con composizione ed età media molto differenti da quelli italiani, a una differente politica dell’ abitazione in cui sono estremamente più diffusi alloggi a carattere popolare ma non il concetto di popolare come necessariamente brutto e sgradevole.
Questa ricerca di differenziazione dell’edificio attraverso il ricorso a pelli sempre nuove è inoltre un atteggiamento costoso, disposto a fare i conti con l’eventuale difficoltà di comprensione del nuovo manufatto urbano nel contesto percettivo consolidato in cui si inserisce.
Probabilmente quindi la texturing delle facciate più che da “fattori di comodo” proviene da fattori culturali e di “scomodo”, dove per “scomodarsi” si intende proprio la propensione a “muoversi e cercare”, ergo informarsi sulle innovazioni, che evidentemente anima i progettistici di questa terra flottante anche se attraverso cifre stilistiche assolutamente diverse.
Un indicatore di questo iter conoscenza-progetto è rintracciabile nelle modalità di consultazione delle librerie di materiali online, formidabili banche dati sugli ultimi materiali in produzione. Le più interessanti sono europee ma non è casuale che, tra le più fornite, le italiane e le francesi possano essere consultate solo previo salato pagamento mentre le olandesi, più complete in assoluto, consentono una navigazione ed acquisizione dei dati gratuita.
Ecco dunque venire le proposte della modalità architettonica olandese: la conoscenza diffusa ed accessibile delle innovazioni e la voglia di sperimentarle genera la disinvoltura nell’utilizzo materico mentre il particolare ambiente culturale guarda in modo sinottico pelli e texture differenti senza giudicarle stridenti ma necessariamente eterogenee.
Un’architettura che non si nutre di un building body painting di facile impatto visivo, ma si distingue per una sua precisa struttura genetica. Gli olandesi hanno inventato i peep show facendone un colorito fenomeno di marketing, non aspettiamoci che mostrino remore nell’agghindare ed esporre la pelle dei loro edifici.

pamela larocca

[exibart]

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