La chiusura dei seminari di architettura, tenuti in Toscana da molti tra i più accreditati progettisti italiani di giovane generazione (ndr. 2006, Europa, Italia: si intende ormai 40, non 60enni, come nel pur vicino 1999), viene così seguita da una mostra che ne elabora gli esiti, presso la Galleria fiorentina Sesv .
Negli stand pensati da Id-lab occhieggiano 15 video e 7 progetti improntati ad approcci di visioning o recupero, urban art o progettazione funzionalista, nella contaminazione con metodiche parapubblicitarie in cui non ci sono ortodossie, ma apporti variegati per esplorare elementi urbani nuovi e ad alto tasso critico, presenti ormai come fattori identitari nei comuni di san Giovanni Valdarno, Peccioli, Prato, Rio nell’Elba, San Gimignano, Capoliveri e Lastra a Signa: i progetti presentati definiscono ora scenari per il riuso di aree industriali dismesse o attive, ora ipotesi di landscape planning, ora la creazione di “ricuciture” tra antiche e nuove centralità urbane nonché sperimentazioni di integrazione sociale progettando costruzioni “atte”. Desumendo dall’arte il concetto di fitting spaces come spazi in cui probabilmente succederà qualcosa, qualcosa di atto, appunto, a conferire valori in divenire e magari imprevisti. Questi spazi sono scuole, camminamenti, elementi di un’urbanità in discussione. Ma questa è cronaca.
L’aspetto interessante dalla vicenda Isole del tesoro, nata grazie a Marco Brizzi e Paola Bortolotti, è che i sette progetti restituiscono una mappatura asciutta e reale di un panorama che richiede di essere decrittato e risolto in termini architettonici, e che è ormai univocamente toscano, pur non essendo “quello” toscano.
Dimenticate Zevi: lo spazio storico dell’urbanistica medievale, vuoi di stampo corale-senese o attorale-fiorentino, è fagocitato dall’orda turistica in cerca di Santa Globalizzazione, che appare in negozi ovunque uguali, è digerito dall’industria tessile che muta di natura impiegando migliaia di asiatici che vivono in ex capannoni e producono in spazi residenziali. È espulso in forma di junkspace koohlaasiano e collassato che non trova descrizione nei mezzi in uso alle letture urbanistiche tradizionali.
Il fatto poi che sette importanti comuni ed una regione sentano l’urgenza di confrontarsi con le proprie impreviste urgenze urbane ricorrendo all’asistematismo teorico e alla libertà di soluzioni tipiche dello strumento workshop, e non agli studi ciecamente interdipartimentali proposti da università oramai asfittiche, rende di per sé l’interesse dell’iniziativa e dei suoi risultati.
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pamela larocca
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