Ottobre 1997, viene decretata la fine dell’interesse dei media per l’architettura.
Al suo posto si inserisce una nuova attività che vede un’operare ravvicinato tra arte moderna-pop ed ingegneria.
Passata la sbornia da dibattiti post-moderm, fatta di requisitorie zeviane e fredde repliche aldorossiane, il panorama del dibattito architettonico si trova in una fase di stallo. Un business fatto di riviste, giornali, avvenimenti, expo rischia di entrare in piena crisi se non trova un argomento valido di discussione.
Siamo ormai negli anni novanta e due potrebbero essere le strade da percorrere. Una rappresentata dalla promozione culturale di un fare bio-eco-energetico, vedi Roger o Foster, l’altra, più comoda, reclamizzare come nuova frontiera dell’architettura l’azzeramento di ogni sintassi mediante l’importazione in toto dei codici già elaborati nel campo delle arti figurative, vedi il gruppo dei Site.
Tra le due rotte da seguire, prevale la seconda, la quale lascia comunque spazio alla prima soprattutto se volta agli stessi intenti, cioè, colpire l’opinione pubblica, avvicinarla al mondo architettura.
Bilbao è una città orgogliosamente basca, con un’amministrazione desiderosa di farsi conoscere e che comunque conosce i problemi dell’insediamento urbano post-industriale.
Molto si è fatto e si sta ancora facendo per annullare l’impatto delle vecchie infrastrutture per rigenerare l’abitato, per migliorare la qualità ambientale del loro fiume, il Nerviòn.
Manca solo un manifesto.
I marmi con gli ironici accostamenti fucsia del museo di Stoccarda di Stirling, di gusto post moderno, sono archeologia intellettuale.
Questa è la ragione di tanto successo? Analizziamo ora la cosa termini leggermente polemici. Proviamo a parlare di gigantismi americani.
1885 New York. L’America si celebra con un gigantismo: la statua della libertà, una figura di gusto ellenistico, riesce a diventare metafora di una nazione che vuole crescere.
Due esempi di sfida allo huge ai quali segue in continuità, a mio avviso, l’opera di Bilbao. Gehry ispirandosi alla scultura italiana dei primi 900, in particolare Boccioni, trasporta un concetto formale di stampo modernista ad una scala urbana e territoriale. E’ l’immagine di un potere senza pomposità, aperto al nuovo.
Basta ingrandire a dismisura e l’icona nazionalista si sostanzia. Il programma di disegno Catia, per l’ingegneria aerospaziale e l’impresa costruttrice fanno il resto.
Gigantismi per celebrare, forse è questa la chiave di lettura giusta. E nella storia delle società umane ne abbiamo molti.
Forse questo grande spettacolo la volevano un pò tutti, Gehry, l’amministrazione, i Guggenheim e anche il pubblico.
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