Morire da giovani. È questo il destino dei miti. Da James Dean alla divina Marylin, fino a Jimi Hendrix. E se ne potrebbero aggiungere ancora, nella musica, nel cinema, nell’arte. Ed forse questa la prima cosa che colpisce. Lo spazio breve (meno di dieci anni) dentro cui collocare tutta la produzione di un artista. È solo il tempo di un respiro, di un breve battito d’ala. Ma è così che si possono tracciare le linee guida, talvolta entropiche e disordinate, di un lavoro in cui si riconosce un’evoluzione quasi quotidiana. Abbiamo il privilegio di poter contenere tutto all’interno di un’unica immagine senza usare un grandangolo spinto che deforma gli oggetti posti sul margine. Il risultato è di una freschezza sorprendente.
Si sa quasi tutto di Jean-Michel Basquiat (1960-1988). Figlio di genitori centroamericani emigrati a New York, rivela una passione precoce per il disegno che lo porterà, da adolescente, a disegnare sui muri e sui vagoni della metropolitana. Si fa conoscere insieme a Al Diaz con il logo di SAMO (Same Old Shit) che gli varrà un articolo su Village Voice. Nel 1980-81 prende parte a varie collettive, esponendo tra gli altri con Kiki Smith, Robert Mapplethorpe, Keith Haring e conosce casualmente Andy Warhol. Partecipa anche ad un film del regista Edo Bertoglio in cui interpreta se stesso, un artista che cerca di sopravvivere nella downtown newyorkese.
In questo periodo la pittura di Basquiat è particolarissima. “Figlio” di Twombly e Dubuffet continuamente in bilico tra lo stile naïf dei graffiti, il primitivismo e l’eleganza, disegna e dipinge indifferentemente sulla tela.
Nascono così lavori come Il duce, Prophet I, o Made in Japan I in cui le istanze più differenti (di natura figurativa ma perfino storico-politica) si sovrappongono fino ad intersecarsi e dare la vita ad un impasto formidabile, un melting pot visivo straniante e sfuggente. Un uso spavaldo ed incontrollato del lettering alimenta i cortocircuiti logici, come nella celeberrima Mona Lisa, che oltre a simbolo universale dell’arte (passando da Leonardo all’irriverente Duchamp da cui riprende l’ironico sberleffo) diventa oggetto di una banconota e di non sense linguistici. Negli anni successivi espone più volte in Europa e negli Stati Uniti, e collabora anche a sei mani con Francesco Clemente e lo stesso Warhol (del quale realizza un ritratto raffigurandolo “Come una banana”) su sollecitazione del mercante d’arte zurighese Bruno Bischofberger. Schiacciato tra il successo artistico e l’eroina, lontano ormai dall’essere la TV Star che dipinge nel suo ultimo anno di vita, lavora molto meno e tenta più volte di disintossicarsi. Ma nell’agosto dell’88 la morte per overdose. Tutto il resto è mito.
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