“Ogni periodo culturale ha la propria concezione di spazio, ma c’è bisogno di tempo prima di averne coscienza”, scriveva László Moholy-Nagy. Suona stranamente tombale la lapidaria affermazione dell’artista ungherese nell’atrio della mitica spirale di Wright: di fianco, una pista da ballo con tanto di musica assordante e luci lampeggianti, ispirata alla griglia di Mondrian, (Untitled. Dance Floor, 1996, di Piotr Uklanski) viene presentata come “spazio conviviale di interazione sociale”.
Rassegnatevi: sono arrivati i tempi in cui i musei si trasformano in discoteche. Oppure in catene commerciali, vista la smania di espansione del Guggenheim: dopo Bilbao e aspettando Abu Dubai, è il turno di Las Vegas, in collaborazione con l’Hermitage. In attesa di concludere il restauro della facciata, lungo la spirale di Frank Lloyd Wright, capolavori e acquisizioni recenti vengono mescolati alla rinfusa, all’interno di un’ipotetica inchiesta sulle idee di spazio dell’arte contemporanea.
The Shapes of Space non è altro che un confronto a intervalli regolari fra numerose presenze contemporanee e i cavalli di battaglia della collezione: dai padri fondatori (Mondrian, Kandinsky) all’espressionismo astratto (Agnes Martin, Mark Rothko, Ad Reinhardt), al minimalismo (Carl Andre, Larry Bell). Senza alcuna chiarezza sistematica, si passa in rassegna il panorama odierno come un mare magnum sottoposto a categorizzazioni approssimative e superficiali, quasi un’appendice postuma del Novecento. Spacciando questa passerella acritica per un modo di riportare le diverse voci della ricerca contemporanea, l’uso politico dello spazio architettonico, la complessità dei significati degli spazi domestici, la condensazione della realtà in forme astratte sono i punti di una riflessione traballante condotta all’insegna di un pluralismo inconcludente.
Nonostante tutto, è difficile resistere alla seduzione della poderosa energia costruttivista di Naum Gabo (Column, 1923), della dilaniante tragicità di Alberto Giacometti (Diego, 1953), di Several Circles (1926) di Kandinsky. Anche fra i contemporanei emergono piacevoli sorprese: Her, Her, Her, and Her (2002–03) di Roni Horn è un ritratto invisibile di una femminilità nascosta, intravista in 64 fotografie di uno spogliatoio di Reykjavik; in Mandalay Bay (Las Vegas) (1999) di Sarah Morris le intersezioni geometriche e cromatiche riportano ad una sistematicità analitica le luci abbaglianti del tempio dell’azzardo americano. Nello spazio di Pipilotti Rist (Himalaya’s Sister’s Living Room, 2000), congestionato da un caos postmoderno, va in scena l’incompiutezza fagocitante dei simulacri quotidiani, mentre il video Dough (2006) di Mika Rottenberg, proiettato in un’angusta casetta di legno, è un esilarante viaggio in un’improbabile catena di montaggio che, partendo dalle lacrime di un’impiegata obesa che sniffa fiori di carta, produce un impasto inquietante, accuratamente imbustato sotto vuoto.
Allora, se l’indubitabile qualità della collezione parla da sola (il pubblico italiano ne ha avuto prova recentemente nell’indimenticabile Capolavori del Guggenheim, alle Scuderie del Quirinale nel 2005), questo pretenzioso tentativo di leggere la ricerca contemporanea alla luce del filone astrattismo-minimalismo sembra figlio di un protagonismo curatoriale (Ted Mann, Nat Trotman, Kevin Lotery, un giovane trio guidato da Nancy Spector) e di un’istituzione recentemente preda della sua voracità.
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