Guillaume Courtois [il Borgognone] (1628–1679), La Battaglia di Giosuè a Gabeon, ante 1657. Penna, inchiostro bruno acquerellato, rialzi in biacca, quadrettatura a penna
«Il segno è l’apparire del mondo: le cose intorno a noi, infatti, ci appaiono come segni. Il segno non è un fatto, ma l’istante di un farsi», sentimmo dire al grande incisore Guido Strazza in un incontro pubblico di qualche anno fa. Ricordiamo, indelebili, i suoi modi decisi e gentili, il suo tono pacatamente oracolare; e la nostra antica passione per l’arte ne ha tratto nuovo e fortificante alimento. Ci troviamo in una sala al pianterreno del Palazzo della Calcografia (dove Strazza è stato di casa per tanti anni, e che custodisce la quasi totalità della sua produzione grafica) in compagnia di Gabriella Bocconi, curatrice assieme a Rita Bernini ed a Maria Francesca Bonetti, della mostra che ci accingiamo a visitare. Un mostra, per impatto visivo e per coinvolgimento estetico, decisamente eterogenea,che documenta la più recente attività dell’Istituto, offrendo al visitatore il panorama delle acquisizioni avvenute, con modalità diverse, negli ultimi tre anni: molte donazioni; alcuni acquisti; altre opere, invece, sono pervenute tramite il Ministero della Cultura (bandi per artisti contemporanei e acquisti coattivi). «Ci piaceva dare un segnale, a nostro avviso, importante: nonostante in questi anni di pandemia i musei siano stati chiusi, comunque si è continuato a lavorare”, ci spiega la curatrice. Tagliamo corto e andiamo subito al cuore della mostra, un disegno di Egon Schiele del 1910, un’assoluta rarità nel patrimonio artistico nazionale.
Di Schiele abbiamo ammirato e amato i suoi capolavori, molti anni fa, al Kunsthistorisches Museum di Vienna. Quelle inconfondibili anatomie scarnificate, dove l’eros confina tragicamente col proprio limite e le fattezze umane sembrano avvinghiarsi morbosamente alla mineralità che le sottende in un disperato tentativo di vita, le ritroviamo, con sorpresa, in questo nudo maschile dalle tipiche tonalità terrose. «Questo disegno è un po’ il motore della mostra. Tra l’altro il 1910 è proprio l’anno in cui Schiele si distacca da uno stile un po’ klimtiano, più legato alla Secessione Viennese, per avvicinarsi all’Espressionismo», soggiunge la nostra guida d’eccezione. Notiamo, nel prosieguo della visita, una tarda composizione di Mario Sironi dove le forme robuste sono scosse da un moto incoercibile, in una sintesi straordinaria di futurismo e di realismo plastico.
E un’enigmatica visione di Alberto Martini sapientemente costruita: convegno misterico o associazione onirica? E poi ancora, Nunzio, uno dei promotori della Scuola di San Lorenzo, con una geometria policroma a pastello, che anela con prepotenza alla scultura. Non possiamo congedarci senza far menzione dell’omaggio, nella prima sala, a due grandi direttori del passato Carlo Alberto Petrucci e Alfredo Petrucci (l’omonimia è casuale), entrambi incisori, che hanno rispettivamente diretto la Calcografia e il Gabinetto Nazionale delle Stampe nel periodo tra le due guerre e nei primi anni del boom economico. In particolare, sottolinea la curatrice, «Carlo Alberto Petrucci è stato colui che ha portato questo Istituto verso la modernità: da un luogo di produzione ma soprattutto di riproduzione di immagini, a un luogo che ha invece una stretta connessione con tutto quello che è il linguaggio della grafica contemporanea».
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