Al Museion di Bolzano un giardino disorientante diventa metafora di resistenza

di - 1 Dicembre 2024

S’ispira al giardino come metafora e ritratto ibrido del Vietnam tra passato e presente l’artista Truong Cong Tung per il suo progetto The Disoriented Garden… A Breath of Dream. La mostra, ospitata nello spazio ipogeo di Museion fino al 22 dicembre, è composta da un video, interamente girato negli Altipiani del Vietnam, presentato all’interno di un’installazione multimediale coesa e immersiva, in cui dimensione storica, spirituale e materiale confluiscono poeticamente.

Truong Cong Tung, The Disorientated Garden… a Breath of Dreams, exhibition view, Museion 2024. Produced by Han Nefkens Foundation. Photos: Luca Guadagnini

The Disoriented Garden… A Breath of Dream è la prima mostra personale in Italia di Truong Cong Tung (1986, vive e lavora a Ho Chi Minh City, Vietnam) ed è frutto di una collaborazione internazionale legata al Southeast Asian Video Art Production Grant della Han Nefkens Foundation. L’iniziativa, lanciata dal collezionista privato Han Nefkens per incrementare la produzione artistica contemporanea nel campo della videoarte, vede il Museion di Bolzano come unico partner italiano ed europeo nella commissione giudicatrice del premio insieme a San Art, Vietnam, Sa Sa Art Projects, Cambogia, Jim Thompson House Museum, Thailandia, Busan Museum of Art, Corea del Sud, Prameya Art Foundation, India. L’opera di Truong Cong Tung, vincitore del bando, è stata già presentata nelle istituzioni partner e dopo la mostra a Bolzano entrerà a far parte della collezione Museion.

Truong Cong Tung, The Disorientated Garden… a Breath of Dreams, exhibition view, Museion 2024. Produced by Han Nefkens Foundation. Photos: Luca Guadagnini

Specializzato in pittura su lacca, Truong Cong Tung si esprime attraverso diversi media, dal video alla pittura fino alle installazioni, e guarda alla sua terra, il Vietnam, per riflettere su come la modernità, il colonialismo e il conflitto abbiano inciso e modificato le tradizioni indigene. «Interpretando il ruolo dell’artista come cronista del non detto, Truong Cong Tung stimola chi guarda a cimentarsi con le narrazioni inespresse iscritte nella terra dei suoi antenati» spiega Bart van der Heide, direttore di Museion e curatore della mostra. È un’indagine, quella di Truong Cong Tung, che non ha il piglio urlato della denuncia, ma trova forza nel sottotono di un racconto intriso di pensiero spirituale e resiliente, di fronte a cui il nostro sguardo occidentale talvolta vacilla. È infatti un paesaggio disorientato e disorientante quello creato dall’installazione a Museion, in cui l’artista è abile nel disseminare le tracce materializzate di un passato stratificato e doloroso. Oggetti, strumenti, suoni sono orchestrati da un non detto intangibile, ma su cui tutto sembra poggiare, tenuto saldamente insieme.

Truong Cong Tung, The Disorientated Garden… a Breath of Dreams, exhibition view, Museion 2024. Produced by Han Nefkens Foundation. Photos: Luca Guadagnini

Come allucinazioni ipnagogiche scorrono nel video e si dissolvono visioni scollegate, suoni e voci della natura degli Altipiani vietnamiti, mentre una misteriosa figura vaga tra i paesaggi – ha il volto nascosto da una folta chioma, l’aura sciamanica, ma indossa una giacca mimetica militare americana. «Ho sentito dire: i miei occhi ingannano, dimenticano, non conoscono la verità» recita una voce, riportando un testo del missionario-antropologo francese Jacques Dournes. La pellicola sembra infetta da macchie di luce, che si inseguono, come fantasmi. «La gente dice…guardare un film è come osservare un sogno, inseguire ombre o tenere il respiro sul palmo di una mano» scrive l’artista. Altre presenze sono evocate da un ticchettio meccanico, che risveglia dalla dimensione ipnotica del video e riporta alla realtà fisica. Il suono è provocato da una bacchetta sul guscio vuoto di una zucca e proviene dall’installazione. Le zucche Calabash, utilizzate come strumento musicale, sono considerate un recipiente sacro nella tradizione vietnamita del diluvio, secondo cui sarebbe stata una zucca a fungere da arca della salvezza. Diverse altre zucche costellano l’installazione insieme ad altri oggetti ricorrenti nella pratica dell’artista, come il đinh năm, il tradizionale organo a bocca composto da tubi di bambù, e una tenda intessuta di perline con legno proveniente dagli alberi della foresta. Insieme a bottiglie di plastica, objets trouvés e rami, che l’artista ha voluto raccolti sulle sponde del vicino fiume Talvera a Bolzano, questi elementi costituiscono un suggestivo paesaggio onirico e notturno, vegliato da una pseudo luna artificiale.

Truong Cong Tung, The Disorientated Garden… a Breath of Dreams, exhibition view, Museion 2024. Produced by Han Nefkens Foundation. Photos: Luca Guadagnini

Un apparato di tubi di gomma trasparente – di quelli usati per l’irrigazione dei campi di caffè, che Truong Cong Tung conosce bene dall’infanzia trascorsa a Dak Lak – collega materialmente i diversi pezzi dell’installazione e sembra quasi succhiarne il succo vitale per riversarlo in una vasca, colma di liquido arancione. È il colore della terra, ma contiene anche memorie di devastazione. Come spiega l’artista, il colore ricorda infatti il diserbante gettato dagli elicotteri dell’esercito americano lungo il sentiero di Truong Son, tra Vietnam, Cambogia e Laos, per defogliare le foreste e impedire agli eserciti vietnamiti di mimetizzarsi. La natura di quest’area, un tempo lussureggiante, con alberi considerati sacri dalle comunità indigene, è stata rimpiazzata da piantagioni di caffè e pepe.
Al contrario della sua etimologia, che lo vorrebbe luogo chiuso e recintato, il giardino evocato da Truong Cong Tung è un archivio inclusivo di sconfinamenti e confluenze, quasi un materno che va oltre la dimensione storica ed è quindi capace di rigenerarsi nelle contaminazioni, e resistere. È un approccio, questo, in cui il nostro sguardo occidentale sente risuonare le parole della scrittrice Olivia Laing, che ci ricorda come coltivare giardini sia un mezzo potente per sottrarre l’Eden ai saccheggiatori e all’ascia dell’interesse che li distrugge.

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