Alla Biennale di Sydney 2026 la memoria sarà uno spazio vivo e conteso

di - 10 Febbraio 2026

La Biennale di Sydney si prepara alla sua 25ma edizione, che avrà luogo dal 14 marzo al 14 giugno 2026, in cinque diverse sedi espositive sparse per l’area metropolitana di Sydney. La direttrice artistica scelta per la manifestazione è la curatrice Hoor Al-Qasimi, presidente e direttrice della Sharjah Art Foundation, prima araba a curare la Biennale di Sydney e prima donna a farlo dal 2018.

Rememory, il titolo scelto dalla curatrice, mette in gioco la memoria come spazio instabile, attraversato da fratture e rimozioni. Una postura curatoriale che guarda alla storia come qualcosa che continua ad agire nel presente, spesso in modo irrisolto. Il termine, ripreso da Toni Morrison, suggerisce una memoria che non coincide con il ricordo ordinato, ma con un processo di riattivazione.

È in questa zona ambigua che si collocano i progetti degli 83 artisti e collettivi invitati, provenienti da 37 Paesi, tra cui Australia, Nuova Zelanda, Guatemala, India, Argentina, Libano, Etiopia, Algeria, Taiwan e Stati Uniti. Opere che spaziano da installazioni su larga scala, film, performance e pratiche socialmente impegnate, ciascuna radicata in storie specifiche, ma in dialogo con condizioni globali condivise; artisti chiamati a lavorare su narrazioni spezzate e forme di sapere che non trovano posto nei racconti ufficiali. La Biennale assume così la forma di un vero e proprio archivio aperto.

Gli spazi espositivi contribuiscono a questa sensazione di stratificazione: la White Bay Power Station, tornata al centro del percorso dopo l’esordio nell’edizione precedente, mantiene la sua identità industriale come controcampo ideale per opere che interrogano il rapporto tra memoria e trasformazione. Saranno qui esposte sculture e installazioni di grandi dimensioni di artisti come Nikesha Breeze (statunitense) e la pittrice Nancy Yukuwal McDinny (Garrwa/Yanyuwa).

Le altre sedi – l’Art Gallery of New South Wales, il Chau Chak Wing Museum, il Campbelltown Arts Centre e il Penrith Regional Gallery – disegnano una mappa urbana che rifiuta un centro unico, preferendo una distribuzione per nodi e attraversamenti. Saranno inoltre previsti programmi pubblici nel centro città e nell’area metropolitana di Sydney, tra cui Centenary Square a Parramatta, il Fairfield City Museum & Gallery e il Redfern Town Hall.

Hoor Al Qasimi. Photograph: Daniel Boud. Source: https://www.biennaleofsydney.art/hoor-al-qasimi/

«Siamo onorati di partecipare alla 25a Biennale di Sydney, che presenta artisti straordinari provenienti da contesti e forme d’arte diversi, locali e internazionali. Gli artisti che presentiamo riflettono su una varietà di temi, condividendo prospettive e storie inedite che danno vita a conversazioni importanti», ha affermato Mouna Zaylah, Direttrice del Campbelltown Arts Centre.

La Biennale di Sydney di Al Qasimi presenterà le opere di numerosi artisti e collettivi palestinesi, tra cui Basel Abbas e Ruanne Abou-Rahme, Khalil Rabah e lo studio di architettura DAAR – Decolonizing Architecture Art Research, guidato da Sandi Hilal e Alessandro Petti.

Chau Chak Wing Museum

Fra i lavori principali già annunciati, figura un’imponente Ngurrara Canvas II, un’opera di 80 metri quadrati del 1997, esposta all’Art Gallery of New South Wales. Realizzata da oltre 40 artisti Ngurrara del Gran Deserto Sabbioso dell’Australia Occidentale, a sostegno della loro rivendicazione del titolo di National Native Title Tribunal, l’opera venne esposta a livello internazionale per tutto il decennio successivo e vede la tappa in Biennale come l’ultima, prima di un ritorno definitivo nel territorio degli autori.

L’artista argentino Gabriel Chaile installerà invece un grande forno in adobe e argilla all’interno della White Bay Power Station, richiamando un’eredità culturale che intreccia radici spagnole, afro-arabe e indigene della Candelaria. Attivata attraverso pasti collettivi realizzati con Andina Peruvian Cuisine, l’opera usa il cibo come spazio di relazione, in cui la memoria si trasmette attraverso gesti condivisi e pratiche quotidiane. Una logica affine attraversa le azioni partecipative di Mounira Al Solh: dalla preparazione comunitaria del tabbouleh a Granville ai progetti di disegno collettivo con la diaspora araba, l’artista libanese trasforma rituali domestici in strumenti di racconto e di resistenza.

In Rememory, anche il suono diventa un ulteriore vettore di senso. Alla White Bay Power Station, Cannupa Hanska Luger realizzerà un’installazione sonora composta da fischietti in ceramica a forma di dingo, che restituiscono allo spazio le voci animali, amplificate dall’architettura industriale. Alla Penrith Regional Gallery, Nora Adwan inserirà invece degli altoparlanti sensibili all’umidità all’interno di melograni in ceramica, generando un ambiente sonoro che muta in relazione al clima.

Penrith Regional Gallery

Al Chau Chak Wing Museum, l’artista tessile di Melbourne Ema Shin presenterà il lavoro più ambizioso della sua ricerca: un grande cuore tessuto a mano che prende avvio da una genealogia familiare in cui le linee maschili sopravvivono, mentre quelle femminili scompaiono. Poco distante, il film di Tuấn Andrew Nguyễn, The Unburied Sounds of a Troubled Horizon, affronterà le eredità irrisolte della guerra del Vietnam, trattando la memoria non come pacificazione, ma come una forma di resistenza politica. La precarietà dell’archivio emergerà anche in Flowers of Africa di Kapwani Kiwanga, presentata all’Art Gallery of New South Wales. L’artista ricostruisce composizioni floreali a partire da immagini storiche delle cerimonie di indipendenza africane, lasciando che i fiori si deteriorino nel tempo: il lento appassimento mette in crisi l’idea di documento stabile e rivela la fragilità delle narrazioni ufficiali.

La mostra affronterà infine in modo diretto il tema della violenza strutturale con Lockdown di Dread Scott, esposto al Campbelltown Arts Centre. Attraverso ritratti e testimonianze audio di persone detenute negli Stati Uniti, l’opera denuncia la realtà della carcerazione di massa inscritta nei corpi e nelle voci.

La curatela di Al Qasimi si muove lungo un asse che tiene insieme dimensione locale e internazionale. Le collaborazioni con comunità First Nations e con realtà diasporiche non sono accessorie ma fulcro stesso del progetto. In questo quadro si inserisce anche il dialogo con la Fondation Cartier pour l’art contemporain.

Hoor Al Qasimi ha dichiarato: «Rememory è plasmata da artisti e operatori culturali che concepiscono la memoria come qualcosa di vivo, dove la storia informa il presente e si ripete in forme diverse. Attraverso le loro pratiche, storie frammentate, cancellate o soppresse vengono rivisitate e riassemblate, non come resoconti lineari, ma come atti di memoria condivisi e in evoluzione. Attingendo a esperienze personali, familiari e collettive, gli artisti di questa edizione rivelano come il passato rimanga presente, invitando il pubblico a interagire attivamente con la memoria come spazio di responsabilità, riflessione e possibilità».

Attuando un primo confronto con la precedente Biennale di Sydney, appare come Ten Thousand Suns aveva piuttosto puntato su una dimensione espansiva, capace di tenere insieme emergenze globali e pratiche artistiche come forme di resistenza e di presa di posizione. Rememory riduce invece il raggio d’azione apparente, scegliendo un approccio più concentrato, insistendo su processi e genealogie meno visibili.

Installation view, ‘Ten thousand suns’ 24th Biennale of Sydney 2024, Art Gallery of New South Wales, featuring art by Pacific Sisters (foreground) and I Gusti Ayu Kadek Murniasih (wall) photo © Art Gallery of New South Wales, Christopher Snee

Nel suo insieme, Rememory restituisce l’immagine di una Biennale che usa l’arte come strumento di revisione e di ascolto, lasciando aperte le domande su come la Storia e le storie vengano costruite e su chi abbia il potere di raccontarle. Ne deriva una Biennale che sembra voler fungere da dispositivo di ascolto e di confronto, luogo in cui la memoria viene conservata ma anche messa alla prova. E forse, proprio per questo, resa nuovamente condivisibile.

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