CORALE, courtesy of FRENCH PLACE, ph Francesco Paleari
C’è una bellissima infilata di finestre al civico 64 di via Goldoni, affacciate su un cortile interno a Milano. Da oggi segna un nuovo punto sulla mappa della città , a pochi passi da Cabinet–Studiolo, che al civico 15 ha contribuito a portare l’arte contemporanea su questa strada di Porta Venezia incorniciata da palazzi degli anni Trenta e Cinquanta. Qui apre FRENCH PLACE, uno spazio articolato su più livelli, un piano nobile dedicato alle mostre, un’area riservata alle residenze e, al piano inferiore, una biblioteca (in arrivo), pensata per consultazione e lavoro.
Il progetto nasce nel 2020 a Londra come luogo espositivo indipendente, con l’intento di costruire un dialogo diretto tra artisti, gallerie e pubblico. La prima sede, che ne spiega il nome, si trova al numero 9 di FRENCH PLACE, a Shoreditch, Londra, in una warehouse vittoriana. L’arrivo a Milano celebra una nuova fase e una scommessa, considerato il momento. L’esperienza di Mauro Umberto Mattei e Marta Orsola Sironi, unita alla loro energia, suggerisce una conduzione solida e attentamente ponderata. La sede milanese consente di ampliare le attività e di rafforzare una struttura che include mostre, collaborazioni internazionali, residenze d’artista, incontri pubblici e iniziative educative. Alla base c’è un modello circolare: i proventi della galleria sostengono un programma pubblico aperto alla città , un laboratorio di mentoring per giovani professionisti e un piano di residenze per artisti emergenti. A supporto, si collega la FRENCH PLACE Art Trust, organizzazione non profit che opera accanto alla galleria e ne consolida la missione culturale, coinvolgendo attivamente i Patrons.
Dal 29 gennaio al 28 febbraio 2026 la mostra inaugurale, Corale, chiarisce l’approccio curatoriale, riunendo opere di artisti già in auge seppur giovani come Xolo Cuintle, Nina Davies, Anna De Castro Barbosa, Francesca Frigerio, Steph Huang, Cecilia Mentasti, Mountaincutters, Matthias Odin, Marco Siciliano, Riley Tu, Gaspar Willmann, Rafał Zajko e Luis Enrique Zela-Koort. Un insieme di ricerche che restituisce il gusto dei fondatori e un primo indizio della direzione futura.
Tra i lavori esposti, tutti degni, si distingue quello di Marco Siciliano (Caltagirone, 1995), che vive e lavora tra Berlino e Milano. La sua pratica, che attraversa scultura, installazione, fotografia, video, suono e libri d’artista, indaga temi di intimità , desiderio e vulnerabilità , mettendo a fuoco le politiche dell’esposizione. Mediante assemblaggi di materiali, Siciliano esplora il modo in cui i corpi vengono modellati da sistemi di cura, controllo e rappresentazione. La serie presentata unisce una componente scultorea a una dimensione ornamentale. Di forte impronta museale è anche l’opera multimediale di Nina Davies (Vancouver, 1991), che osserva il presente attraverso la danza nella cultura popolare, analizzando i processi di produzione, circolazione e consumo di questa espressione, con particolare attenzione ai contesti digitali.
In parallelo, dal 29 gennaio all’11 febbraio 2026, esordisce la prima puntata del calendario video con la presentazione di due video a canale singolo di Riley Tu (Taiwan, 1995), incentrati sulle politiche del corpo, sull’autorappresentazione e sulle forme di resistenza algoritmica negli spazi digitali. Dal 12 febbraio al 12 marzo 2026 partiranno le residenze, con Matthias Odin (Lione, 1995) come primo artista invitato. La residenza si sviluppa in dialogo con la mostra e introduce una dimensione di lavoro in progress, in cui produzione, ricerca e confronto condividono lo stesso spazio. Un sincero in bocca al lupo per questo inizio, con l’augurio che continui a crescere come ambiente di ricerca, apertura e attenzione al presente.
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