Arne Quinze, Ceramorphia, 2026, OCA Oasy Contemporary Art and Architecture ph. Mattia Marasco
Una passeggiata immersa nel verde, tra il fruscio delle foglie mosse dal vento e la luce intensa del sole, introduce alla nuova mostra di Arne Quinze, I’m a Gardener, visitabile fino al 1° novembre 2026 nello spazio espositivo (ex stalla) di OCA – Oasy Contemporary Art and Architecture, il progetto di Oasi Dynamo sull’Appennino Pistoiese. Nella riserva privata si inaugura anche una scultura, dal titolo Ceramorphia, nata da un incontro avvenuto due anni fa tra l’artista ed Emanuele Montibeller, direttore artistico di OCA, che vide per la prima volta l’opera alla Biennale di Venezia. Da allora è maturata l’idea di portarla in questo luogo, trasformandone le condizioni: pur rimanendo la stessa, la scultura cambia nel suo rapporto con il paesaggio, trovando una nuova possibilità di esistere e, nel tempo, di entrare in relazione con ciò che la circonda. La mostra è accompagnata da un catalogo edito da Metilene.
Le opere pittoriche dell’artista belga abitano gli interni come organismi vitali: grandi tele in cui il colore esplode, avvolgendo lo sguardo dei visitatori in una dimensione quasi immersiva. Qui il rapporto si ribalta: è la natura, tra crescita, collisioni e metamorfosi, a imporsi e l’uomo sembra ritrovare una posizione più fragile, chiamato ad accordarsi al suo ritmo, alla sua forza e alla bellezza. Per Quinze, la pittura è un atto che coinvolge il corpo e riflette una presa di posizione rispetto al mondo naturale. Non è action painting, ma una reazione istintiva e consapevole a ciò che accade oggi nell’ambiente. La sua ricerca affonda le radici in un’esperienza concreta: quella del suo giardino di fiori selvatici che circonda il suo atelier in Belgio, un ecosistema di quasi cinquemila piante, che diventa pratica quotidiana e metafora del prendersi cura. «I’m a gardener», ripete, rivendicando un’identità in cui arte e responsabilità coincidono.
Sull’Appennino Pistoiese, OCA – Oasy Contemporary Art and Architecture ha costruito negli ultimi tre anni un dialogo vivo tra arte, architettura e paesaggio: un trekking immerso nella natura in cui, proprio quando le gambe iniziano a protestare, spuntano puntuali e quasi salvifiche le installazioni di artisti internazionali. Tra queste, Ceramorphia di Arne Quinze. Un’opera in ceramica – materiale antico, tenace, che promette durata – anche se la natura, si sa, ama sempre avere l’ultima parola. Le forme ricordano piante grasse, presenze quasi desertiche, come appartenenti a una botanica parallela: non copie del reale, ma sue variazioni, osservate da vicino e, a tratti, immaginate. È un’opera coltivata dall’artista con lo stesso gesto con cui si prende cura del suo giardino. Il luogo in cui la scultura si colloca è parte della storia e portarla fin qui non è stato semplice. Le ginestre tutt’intorno: oggi discrete, domani accese di giallo, fino a chiudere lentamente lo spazio e a stringere l’opera in un abbraccio. Prima il modello, poi lo stampo, oggi visibili nello spazio espositivo e realizzati in creta; infine, la forma compiuta, immersa nella riserva di OCA e tanto fragile che, se qualcosa si spezza, non si può rimediare: bisogna ricominciare da capo, come in tutte le storie che chiedono pazienza.
Si lascia l’auto alla Croce di Piteglio e si entra nel bosco, dove Ceramorphia di Arne Quinze non è l’unica opera visibile. L’itinerario ad anello attraversa l’oasi come una narrazione: si incontra Dynamo Pavilion di Kengo Kuma, che sembra muoversi tra gli alberi come vento; si prosegue verso Nella terra il cielo di Mariangela Gualtieri e Michele De Lucchi, dove poesia e architettura si intrecciano in una riflessione tra mito e memoria. Ci si sdraia, si chiudono gli occhi, si ascolta. Più avanti, Fratelli Tutti di Matteo Thun che invita alla contemplazione tramite monoliti in pietra locale disposti in forma circolare, simbolo di unità e ciclicità della vita. Erosions di Quayola, composta da blocchi di pietra lavica lavorati da algoritmi generativi, mette in luce la tensione tra forza naturale e intervento tecnologico, mentre Self-regulation di Alejandro Aravena trasforma una struttura preesistente in un invito a ripensare le modalità dell’abitare. Completano il percorso Home of the World di David Svensonn e la colorata Plastic Bags di Pascale Marthine Tayou, ormai parte integrante della collezione permanente.
Durante l’estate 2026 il progetto inaugurerà altre due opere. Il collettivo fuse* presenterà Vanishing Horizon, un’installazione in acciaio corten che rende percepibile la condizione limite dei buchi neri e il rapporto tra ciò che possiamo osservare e ciò che resta oltre. L’opera traduce in materia le traiettorie della luce vicino a questi fenomeni estremi, creando uno spazio attraversabile che invita il visitatore a confrontarsi con la soglia tra conoscibile e immaginabile. A questa dimensione cosmica si affiancherà la nuova opera di Stefano Boeri, Deus Sive Natura What I Believe, realizzata nell’ottocentesimo anniversario dalla morte di San Francesco d’Assisi. L’opera consiste in un inginocchiatoio in marmo bianco di Carrara lungo dieci metri, orientato verso l’orizzonte, che si inserisce nel paesaggio dell’Appennino come invito alla contemplazione. Il progetto si ispira al Cantico delle creature di San Francesco, al credo laico What I Believe di J.G. Ballard e, più in generale, al panteismo spinoziano, secondo cui Dio e l’Universo sono la medesima sostanza immanente e necessaria.
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