Francois Reboul nel suo studio a Venezia, Courtesy Ilaria Zago Joan Porcel Studio
Ci sono persone per le quali l’arte arriva come conseguenza naturale di una vita intera, come summa piuttosto che come fuga. Persone che vengono presentate come “giovani artiste” ma che portano con sé già un ricchissimo bagaglio. Una di queste è François Reboul.
Reboul è nato e cresciuto in Provenza 80 anni fa. Ha studiato a Parigi, ha lavorato tra l’Inghilterra e la Francia, per impegni e per piacere ha viaggiato il mondo e oggi vive in Italia. È una persona adulta che ha avuto l’onore e l’onere di approcciare tutte le sfaccettature del ciclo della vita, di fare esperienza di prima mano di una vera e propria enciclopedia di emozioni. Oggi, Reboul ha scelto di sintetizzare le sue vite nella sua pittura. Dopo anni di sedimentazione nell’Io dell’artista, ora le diverse fasi di vita e le differenti culture che hanno convissuto sono pronte a diventare soggetti e farsi apprezzare.
A Reboul piace definire la propria arte astratta. La verità è che è qualcosa di più difficile da delimitare: è pittura libera, informale, gestuale, che non ha bisogno del segno come convenzione per comunicare. Fuori dalla Francia qualcuno la chiamerebbe naïf ma è un termine che porta con sé un’accezione troppo riduttiva e negativa nella lingua del pittore per poterlo utilizzare liberamente.
Prima di approdare alla pittura, Reboul ha sperimentato con la fotografia, un medium forse più conciliabile con la sua vita precedente. Guardando gli scatti di quei periodi, si trova già il seme del suo linguaggio pittorico: i soggetti di queste prime sperimentazioni sono il movimento, la luce, l’effimero e l’etereo.
Quando le emozioni sono troppe per essere racchiuse nella fotografia, ecco che arriva la pittura e si apre per l’artista un nuovo capitolo di vita. Il pensiero si congela e si fa gesto a partire da piccole tele, timide, poi sempre maggiori, fino ad arrivare alle attuali tele di grande formato e dittici.
Le opere, all’apparenza essenziali, hanno bisogno di tempo per essere lette e apprezzate. L’arte di Reboul è meditativa, tant’è vero che nel suo studio a Venezia, davanti a dove normalmente lavora, ci sono due poltrone da cinema su cui sedersi e studiare l’evoluzione delle tele. Il suo processo segue una logica simile a quella che lo ha accompagnato in altre vite: parte dal caos, attraversa varie fasi di trail-and-error, fino a raggiungere una forma di equilibrio che non era prevedibile in anticipo ma che, una volta trovata, sembra inevitabile. Tutto questo si legge nella materia, nel modo in cui il colore viene steso e stratificato. Nelle ultime creazioni si può anche apprezzare un’indagine sul chiaroscuro e delle prove di tridimensionalità anche con elementi extra-pittorici.
Insomma, François Reboul mette nelle sue opere un vissuto e lo restituisce senza spiegarlo, proprio perché il suo campionario di emozioni è così universale da dover essere solo pazientemente scrutato: non si deve parlare di chiamata all’arte, di vocazione, di passione incondizionata, di tutte quelle giustificazioni di troppe poetiche svuotate. È necessario parlare di poetica del vero, di qualcosa con cui è facile immedesimarsi, di vita vissuta.
Eppure oggi non sembra sufficiente. Ogni espressione deve inserirsi in un sistema, rispondere a una domanda più grande, cambiare qualcosa. Come se vivere, con le emozioni che ne conseguono, non fosse già di per sé abbastanza.
Che fortuna poter apprezzare l’arte di chi ha il coraggio di restituire senza filtri anche solo un pezzo della propria vita.
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