Biennale 2026, le cartoline di Oriol Vilanova per il Padiglione Spagna

di - 17 Settembre 2025

Cosa resta della memoria quando si accumulano solo scarti, immagini considerate non più utili? Alla prossima Biennale d’Arte di Venezia, in programma dal 9 maggio al 22 novembre 2026, il Padiglione Spagna diventerà un archivio di visioni, con l’opera di Oriol Vilanova. L’artista catalano, nato a Manresa nel 1980 e attualmente di base a Bruxelles, da oltre 20 anni collezionista compulsivo di cartoline recuperate in mercati e negozi dell’usato, presenterà il progetto Los restos, a cura di Carles Guerra.

Il progetto è stato scelto all’unanimità da una giuria composta da figure come Manuel Segade, direttore del Museo Reina Sofía, Imma Prieto, direttrice della Fundació Antoni Tàpies, Agustín Pérez Rubio, curatore del Padiglione spagnolo alla Biennale 2024, e l’artista Ignasi Aballí, artista del Padiglione nel 2022.

Oriol Vilanova, 2015, Courtesy of Blueclic

Riflettendo sul destino delle immagini effimere e destinate all’oblio, Vilanova riunisce migliaia di cartoline logore, scartate, dimenticate e le ricompone come reliquie minime di costellazioni visive, mosaici ordinati secondo criteri cromatici, tematici o concettuali, capaci di evocare tanto la potenza del caso quanto la rigidità del metodo archivistico.

Il progetto di Oriol Vilanova per il Padiglione Spagna si annuncia come un vero e proprio anti-museo, ribaltando i processi di tradizione delle memorie ufficiali e le gerarchie narrative: ciò che resta, ciò che il tempo scarta – la fragilità delle cartoline – diventa protagonista della storia. Il Padiglione Spagna diventerà così un archivio instabile sul valore culturale delle immagini, sul loro destino dentro e fuori il circuito artistico.

Oriol Vilanova. Mudos, 2017 (in corso), Galeria Elba Benitez

Fin dagli esordi, Vilanova ha esplorato la capacità narrativa degli oggetti riusati, trasformandoli in strumenti di riflessione critica. Le cartoline, in particolare, sono per lui materia prima e linguaggio, immagini stereotipate, supporti sovraesposti e, proprio per questo, carichi di memorie ed esperienze, tracce intime e residuali della cultura visiva contemporanea. La loro classificazione metodica diventa un modo per smascherare l’arbitrarietà dei criteri che decidono cosa merita di essere preservato e cosa invece viene relegato nel dimenticatoio.

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