Biennale Arte 2026: annunciati i cinque artisti che rappresenteranno l’India

di - 8 Febbraio 2026

L’India torna ad avere un Padiglione nazionale alla Biennale Arte di Venezia nel 2026, dopo una pausa che dura dal 2019: un’assenza che pesava non tanto in termini numerici, quanto per la molteplicità di voci e pratiche che il subcontinente ha saputo sviluppare negli ultimi anni. La mostra che riporterà la partecipazione ufficiale della nazione alla 62ma  Esposizione Internazionale d’Arte prenderà il nome di Geographies of Distance: remembering home e sarà curata da Amin Jaffer, già direttore della Al Thani Collection e studioso degli scambi culturali tra Asia e Europa.

Il primo elemento che colpisce di questa proposta è proprio il titolo: Geographies of Distance – geografie della distanza – che ribalta la narrazione più consueta della partecipazione nazionale alla Biennale. L’idea di “casa” non viene presentata come un luogo fisso, stabile o mitico, ma come un fenomeno in movimento: un intreccio di memoria, materialità, rituale e narrazioni personali. La nozione di casa diventa un prisma di vissuti e tensioni da decifrare, in un momento storico in cui urbanizzazione e diaspore globali ridisegnano ogni giorno i confini materiali e affettivi dei territori. Questa scelta tematica pone l’accento su un’India multipla e sfaccettata, non pensata come un’unità monolitica, offrendo una cornice narrativa più sfumata rispetto alle narrazioni più “unitarie” che spesso accompagnano i padiglioni ufficiali, il che si colloca consapevolmente e coerentemente nella prospettiva globale della Biennale, che nel 2026 affronta tematiche di frammentazione e risonanze transnazionali nel suo tema generale In Minor Keys ideato da Koyo Kouoh.

Portrait of Amin Jaffer © Antonio Martinelli

Cinque pratiche per una sola conversazione

La mostra riunisce cinque artisti che lavorano con materiali organici e tecniche legate alle tradizioni materiali dell’India, tracciando un filo che sembra voler incarnare l’idea di casa non tanto come simbolo, quanto come relazione con il mondo sensoriale e naturale. Alwar Balasubramaniam, conosciuto come Bala, che lavora con argille e suoli della sua Tamil Nadu, esplora il corpo e il paesaggio come superfici in dialogo reciproco. Sumakshi Singh intreccia fili di ricamo in installazioni architettoniche che evocano memorie sottili e stratificate. Ranjani Shettar crea costellazioni poetiche in materiali come cera d’api, legno, paste vegetali, lacca, acciaio e tessuto, sottolineando la fragilità degli ecosistemi e delle forme viventi. Asim Waqif, con una formazione in architettura, produce ambienti costruiti con bambù, canna e giunco insieme a stoffa, corda ed elementi sonori, stimolando un dibattito sul concetto di sostenibilità. Skarma Sonam Tashi trae invece forza dai paesaggi montuosi del Ladakh, traducendo la geografia del proprio luogo di origine in tableaux di materiali trasformati, come cartapesta, colla e pigmenti naturali.

Questa pluralità non elimina le contraddizioni ma vi nuota in mezzo: quanto può un padiglione “nazionale” essere realmente plurale, soprattutto quando si sceglie di raccontare una nazione così ampia e internamente diversificata? Come si concilia l’idea di appartenenza con pratiche che rifiutano categorizzazioni essenziali? La mostra sembra voler spingere proprio su questa tensione tra memoria e dislocazione.

Giardini 2019, Photo Andrea Avezzu, Courtesy of La Biennale di Venezia

Politiche culturali e visibilità globale

Dal punto di vista istituzionale, il ritorno del Padiglione nazionale – presentato dal Ministero della Cultura indiano in partnership con il Nita Mukesh Ambani Cultural Centre e la Serendipity Arts Foundation – segnala una volontà di affermare la presenza del paese nel discorso artistico globale con una voce articolata e auto-riflessiva. Secondo il Segretario del Ministero della Cultura, Vivek Aggarwal, «Il Padiglione dell’India riunisce artisti le cui opere riflettono le realtà in evoluzione dell’India contemporanea. Lavorando in diverse regioni e con diverse tradizioni materiali, questi artisti esprimono la voce globale dell’India attraverso forme di espressione profondamente personali e innovative. Il loro lavoro dimostra come il talento creativo dell’India continui a confrontarsi in modo significativo con questioni quali la memoria, il luogo e la trasformazione in un mondo in continua evoluzione».

La Biennale di Venezia di quest’anno si conferma come luogo di apertura, attento all’inclusione e con uno sguardo ai margini della realtà, a ciò che in genere viene appiattito. Geographies of Distance: remembering home sarà uno spazio di tensione, abitando un Padiglione non con nostalgia ma con una proposta di dialogo aperto, un invito a percepire l’India come arcipelago di voci e pratiche, materiali e memorie che interagiscono fra loro e con le geografie del mondo.

Gajendra Singh Shekhawat, Ministro della Cultura e del Turismo dell’India, ha aggiunto: «Il ritorno dell’India alla Biennale di Venezia è un momento di riflessione di cui essere orgogliosi e una dichiarazione di fiducia nella cultura. Il nostro padiglione nazionale presenterà un’India contemporanea profondamente radicata nella memoria della sua civiltà, ma pienamente impegnata nel mondo di oggi». E ancora: «Attraverso questo padiglione, l’India afferma la forza della nostra diversità culturale, la vitalità delle nostre comunità creative e il ruolo dell’arte e della cultura nel contribuire a come la nostra nazione è vista e compresa sulla scena globale».

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  • Bello l'
    articolo sull'arte del padiglione India! Mi domando se direte qualcosa anche su quelli africani.

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