Biennale di Venezia 2026: 9 padiglioni da non perdere all’Arsenale

di e - 7 Maggio 2026

«Questa è un’invocazione a incontrare le parole che seguono nelle condizioni fisiche, meteorologiche, ambientali e karmiche in cui vi raggiungono. A rallentare il passo e a sintonizzarsi sulle frequenze delle tonalità minori. Perché, sebbene spesso siano sommerse dalla cacofonia ansiogena del caos che imperversa nel mondo, la musica continua. I canti di chi genera bellezza nonostante la tragedia, le melodie dei fuggitivi che riemergono dalle rovine, le armonie di chi ripara ferite e mondi». Come scrive Kouoh, le tonalità minori rifiutano il fragore di un’orchestra e abitano invece quelli che lei ha definito i «varchi di improvvisazione verso l’altrove e l’altrimenti», richiedono un ascolto che interroghi le emozioni e si stagliano come isole in un oceano, distinte ognuna nella propria melodia. E le chiavi minori che la curatrice aveva immaginato si sviluppano e suonano, con più o meno intensità, in una Biennale che si ritrova a misurarsi con un rumore circostante estremamente forte, fragori di protesta che finiscono per entrare anch’essi nello spartito che rimarrà di In Minor Keys.

Lo spirito che ha guidato Koyo Kouoh nel pensare questa Biennale, lo si ritrova però intatto in questa sua accezione di interconnessione di ecosistemi che rimangono distinti. Muovendosi negli spazi dell’Arsenale si percepisce il tono di una partitura collettiva, che ripesca dalle pagine di Beloved di Toni Morrison, o di Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez il concetto potentissimo di attraversamento: di mondi, soglie temporali; il tutto con un realismo magico che intensifica e sottolinea il registro emotivo e gli dà una diversa sfumatura.

Il padiglione Italia – che vede quest’anno Con te con tutto di Chiara Camoni al proprio interno – recupera la propria chiave minore nell’argilla e nel riferimento alle storie delle arti minori, in particolare a quella etrusca, filtrandola però attraverso i maestri italiani del Novecento. L’ibridazione e la contaminazione che invadono il padiglione, tra mondi diversi, sfere di equilibri, medium, si traduce in un bosco di figure – tutte diverse fra loro – nella prima sala, e in una serie di Dialoghi nella seconda: linguaggi, figure, cronologie. Il padiglione Italia di quest’anno trova la propria interpretazione del concetto di soglia. Finendo per annebbiare il limen tra mondo animale, umano e sacro, si muove con sensibilità e coerenza nell’interpretazione del tema generale e ne restituisce un “attraversamento”.

Ecco i padiglioni dell’Arsenale che hanno particolarmente funzionato.

India

Il tema della casa, dell’abitazione, lo si ritrova declinato con diverse sfumature nel corso di tutta l’esposizione. Il padiglione India decide di metterlo in mostra come la reinterpretazione di una consapevolezza: per chi vive la distanza tra regioni e generazioni, la casa diventa meno un luogo fisso, e più una “condizione portatile”, finendo per mettere insieme rito, materia, memoria, trasformazione e mitologia personale. Geographies of Distance: Remembering Home riunisce le opere di cinque artisti che rappresentano la diversità geografica dell’India – Alwar Balasubramaniam (Bala), Ranjani Shettar, Sumakshi Singh, Skarma Sonam Tashi e Asim Waqif – e si serve di materiali profondamente radicati nella civiltà indiana, come argilla, filo, bambù e cartapesta, ciascuno dei quali porta con sé una memoria culturale, mentre risponde a un contesto contemporaneo.

Sumakshi Singh, Permanent Address © Joe Habben

Ad esempio, con Permanent Adress, Singh ha creato una ricostruzione immersiva a grandezza naturale della sua casa di famiglia demolita a Nuova Delhi, utilizzando solo del filo. L’artista ha raccontato a exibart: «L’idea era quella di ricreare una struttura che una volta sembrava estremamente solida, permanente, e renderla invece eterea e inconsistente, come un ricordo. Anche perché il mio ricordo più comune è stare seduta e lavorare a maglia e ricamare con mia nonna. Quindi, era importante per me realizzarla con il filo: penso che parli davvero a quell’universale desiderio umano di casa, appartenenza, intimità. Ma qui la casa è piuttosto fratturata, è lacerata, è rotta: è come il residuo di una casa. E credo che questa sia un’immagine davvero comune nel mondo in questo momento, attraverso la guerra, lo sfollamento, la riqualificazione urbana».

Oman

Haitham Al Busafi, artista e curatore del padiglione Oman, ha scelto uno spazio immersivo, da esperire per mezzo dell’attraversamento fisico. Al-zaanah, la tradizione dell’Oman di adornare i cavalli con l’argento, viene tradotta in un ambiente di sabbia, metallo sospeso e suono generato collettivamente. La cultura del Paese, che vede cavaliere e cavallo adornati ugualmente in un atto di rispetto e riconoscimento, sottintende «l’atto di riconoscere un altro essere, umano o non umano, come degno di bellezza, dignità e presenza».

Haitham Al Busafi, Zīnah (Adornment), 2026. Pavilion of the Sultanate of Oman at Biennale Arte 2026. Courtesy: Ministry of Culture, Sports and Youth, Sultanate of Oman. Photo: Andrea Avezzu

I visitatori entrano attraverso un percorso e si trovano poi dinnanzi un campo di sabbia proveniente da un deserto in Oman e forme d’argento sopra di esso ispirate ad al-zaanah, che con le loro ombre sembrano mettere in moto anche la sabbia sottostante. Mentre i visitatori si muovono all’interno dello spazio, l’installazione trasforma il loro movimento in suono, attivando gli elementi metallici per oscillare e suonare. Nell’al-zaanah, che vede l’argento suonare contro l’argento quando il cavallo e il cavaliere sono in movimento, il suono emerge attraverso peso, ritmo e prossimità, e questo stesso equilibrio è ricreato sottilmente nel Padiglione, proprio come una tonalità minore.

Messico

Nel cuore dell’Arsenale, il Padiglione del Messico porta una delle proposte più radicalmente contemplative di questa edizione. Actos invisibles para sostener el universo, del collettivo RojoNegro – composto da María Sosa e Noé Martínez – e a cura di Jessica Berlanga, risponde al tema di Kouoh con la logica di un ecosistema rituale, come uno spazio da attraversare con il corpo rallentato per una pausa dal rumore contemporaneo. Una linea di sale a forma di vírgula – simbolo mesoamericano della parola e del dialogo – guida il visitatore, mentre il respiro scandisce il ritmo dell’esperienza. Sulla vírgula sono adagiati dei vasi modellati come fossero uccelli, gli esseri che per antonomasia connettono simbolicamente le Americhe; il minerale assorbe l’umidità e acquista una lucentezza che richiama il sudore, mentre la ceramica si erode al contatto, rivelando come anche la materia conservi e trasformi memoria. Tutto intorno la pianta del tabacco, associata alla protezione dello stato mentale e documentata nel Codice Fiorentino, e ancora le cromie che evocano Huixtocíhuatl, divinità dell’acqua, e che chiamano in causa cicli di gestazione e rinnovamento in cui l’argilla, il sale e l’acqua agiscono insieme. Un archivio vivo, pertanto, che interroga i processi coloniali e il loro impatto persistente su corpi, territori, traiettorie e cosmogonie contemporanei.

Photographer: Alvise Busetto. Images courtesy of Coordinación Nacional de Artes Visuales, INBAL

Turchia

Con A Kiss on the Eyes, il Padiglione della Turchia sceglie una tonalità raccolta, quasi sommessa, che trova nella prossimità e nella vulnerabilità una propria forma politica. L’artista, Nilbar Güreş, costruisce un percorso che riunisce sculture, installazioni, dipinti, video e lavori su carta e tessuto, sviluppandola più per relazioni spaziali che attraverso una narrazione lineare. Le opere rimangono basse, appoggiate, sospese o aderenti alle pareti, come presenze che chiedono di essere avvicinate. Da anni la pratica dell’artista affronta temi legati a genere, appartenenza, migrazione e discriminazione, partendo da esperienze di sfollamento, razzismo e marginalizzazione che incidono direttamente sui corpi e sulla quotidianità, con una costante attenzione alle questioni del diritto e della responsabilità a guidarne il lavoro, Anche il titolo – derivato dall’espressione turca “Gözlerinizden öperim”, formula epistolare che indica una vicinanza – introduce un registro relazionale fatto di delicatezza e attenzione reciproca.

Nilbar Güreş MAYZU: A Tree with Coconuts and Bananas, 2022 Mixed media 400 x 640 x 200 cm Photo: Kayhan Kaygusuz

Libano

Poco distante dal Padiglione della Turchia troviamo anche quello del Libano, altra presenza estremamente interessante all’interno dell’Arsenale. Vista la situazione estremamente complessa che il Paese si trova a vivere a causa degli attacchi dell’esercito israeliano, la presenza e il progetto dell’artista Nabil Nahas, pittore libanese-americano nato a Beirut nel 1949 e attivo tra il Libano e gli Stati Uniti.

L’intervento presentato, intitolato Don’t Get Me Wrong e curato da Nada Ghandour, si compone come una sorta di imponente fregio: un’installazione monumentale di 45 metri composta da 26 pannelli dipinti, in cui l’artista fonde vari stili e riferimenti, passando da astrazioni geometriche e rappresentazioni naturalistiche. Tra questi, saltano a l’occhio immagini e simboli strettamente legati al territorio e alla cultura libanese, come il cedro e l’ulivo.

Nabil Nahas, Don’t Get Me Wrong, 2026. Installation, Acrylic on canvas, H. 290 cm × L. 45 linear m.
Detail, diptych: 290 × 400 cm. Photographer: Elie Bekhazi © Nabil Nahas / Courtesy of the artist © LVAA

Marocco

Per la prima volta in Biennale, il Padiglione del Marocco vede l’artista Amina Agueznay intrecciare storie e relazioni umane in forme che attivano lo spazio e il tempo. Da oltre vent’anni, il suo lavoro si sviluppa a stretto contatto con pratiche vernacolari marocchine, attraverso collaborazioni con artigiani e comunità locali che trasformano l’opera in un vero e proprio processo di trasmissione. Asǝṭṭa – termine amazigh che indica la tessitura rituale – diventa allora il dispositivo attraverso cui leggere l’intero padiglione: un gesto che combina tecnica e preghiera, e che vede la forma tessuta come un organismo vivente, accompagnato da rituali che ne scandiscono i cicli di trasformazione.

Nella sala dell’Artiglieria, l’installazione si estende come una membrana sospesa, una seconda pelle che attraversa lo spazio rivelando stratificazioni temporali e materiali. È soprattutto nel concetto di soglia che il progetto trova la propria chiave: una zona intermedia, né interna né esterna, che richiama l’âatba marocchina come luogo di passaggio tra visibile e invisibile, tra intimità e dimensione collettiva. Asǝṭṭa lavora per sottrazione e richiede uno sguardo rallentato e un ascolto attento; incarnando quella dimensione di attraversamento e risonanza che guida questa edizione.

Padiglione Marocco

Arabia Saudita

Mai si asciughino le lacrime che piangi sulle pietre è l’evocativo titolo dell’installazione monumentale proposta dall’artista saudita-palestinese Dana Awartani nel contesto del Padiglione dell’Arabia Saudita, la cui curatela è stata quest’anno affidata a Antonia Carver con l’assistenza di Hafsa Alkhudairi.

L’Awartani, da sempre interessata alla memoria storica dei luoghi che viviamo e alla fragilità del patrimonio culturale, presenta qui un’installazione a pavimento realizzata in collaborazione con oltre trentadue artigiani sauditi. L’opera, composta da oltre 29.000 mattoni in argilla essiccata al sole, costituisce il risultato di una lunga ricerca che l’artista ha portato avanti in ventitré siti di importanza culturale universale situati nel mondo arabo. Essi (moschee e antiche palazzi, ma anche necropoli e caravanserragli) sono stati nel tempo danneggiati da guerre e barbarie, ma custodiscono ancora un patrimonio di simboli e motivi geometrici di inestimabile valore che l’artista riprende nel proprio lavoro. Ne deriva una sorta di sito archeologico immaginario e immaginifico, che il visitatore è invitato ad attraversare grazie a sentieri in terra battuta che tracciano un itinerario ideale nelle ricchezze del mondo arabo.

Dana Awartani, Mai si asciughino le lacrime che piangi sulle pietre. Courtesy dell’artista e della Commissione Arti Visive, commissario del Padiglione Nazionale Arabia Saudita

Lussemburgo

Senza dubbio da non perdere tra le tante proposte che popolano l’Arsenale di Venezia è poi quella del Padiglione del Lussemburgo, che presenta lo spiazzante progetto La Merde, di Aline Bouvy. Qui, l’artista porta alle estreme conseguenze la sua indagine sulle strutture sociali e sui sistemi normativi che regolano il corpo, il desiderio e il decoro.

Al centro dell’opera cinematografica e dell’installazione immersiva vi è una figura tanto grottesca quanto tragica: la donna-escremento. Attraverso questo alter ego chimerico — che si manifesta come marionetta, animazione o presenza incarnata — Bouvy mette in scena una farsa che è, in realtà, un lucido manifesto femminista. Seguendo il personaggio in contesti quotidiani, come una lezione di igiene o un tragitto in tram, il film analizza la vergogna e l’abietto come costruzione politica: la società esige dai corpi (soprattutto femminili) un controllo costante, un “trattenimento” dei fluidi e delle emozioni; quando questo argine cede per saturazione, ciò che emerge trasforma il rifiuto in verità. Quello di Bouvy è un invito brutale e poetico a guardare dove non vorremmo, ricordandoci che la vera trasformazione politica parte proprio da ciò che abbiamo imparato a scartare.

Installation view of La Merde by Aline Bouvy, Luxembourg Pavilion, Biennale Arte 2026. © GRAYSC

Singapore

Concludiamo infine la nostra selezione con un momento di raccoglimento e riflessione: una pausa nella frenesia della Biennale che prende forma concreta nella proposta del Padiglione Singapore grazie al progetto A Pause di Amanda Heng Liang Ngim, a cura di Selene Yap.

L’installazione riunisce video, fotografie e un’installazione architettonica in legno di larice che, nel loro insieme, spostano la nostra attenzione su gesti quotidiani e apparentemente irrilevanti, come sedersi, distendersi e aspettare. Il video, in particolare, realizzato tra Venezia e Singapore, segue individui diversi nel loro tempo libero, mostrandole mentre compiono azioni come innaffiare le piante, preparare la colazione, camminare o guardare il cielo. Girato in tempo reale con lunghe riprese fisse e luce naturale, l’opera osserva come le attività quotidiane stesse diventino forme di pausa nella frenesia della contemporaneità urbana. La telecamera segue il ritmo dei partecipanti, lasciando che il tempo si dispieghi con estrema delicatezza.

Installation view of A Pause (2025–26), Singapore Pavilion, Biennale Arte 2026. Image courtesy of Singapore Art Museum

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