Biennale Venezia 2026: nel Padiglione Argentina si camminerà sul disegno di Matías Duville

di - 2 Gennaio 2026

Sarà Matías Duville a rappresentare l’Argentina alla prossima Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, che si svolgerà dal 9 maggio al 22 novembre 2026: Monitor Yin Yang è il titolo del progetto curato da Josefina Barcia, un lavoro che occuperà interamente il Padiglione all’Arsenale, ricoprendone il pavimento con un disegno monumentale realizzato con sale e carbone. Il progetto è stato selezionato dal Segretariato alla Cultura – il Presidente Javier Milei ha chiuso il relativo Ministero nel 2023 nell’ambito dei suoi famigerati “tagli” alla spesa pubblica – e della Direzione degli Affari culturali del Ministero degli Affari Esteri dell’Argentina, attraverso una open call che ha raccolto 69 proposte. Nelle edizioni precedenti erano state 65 (2024), quando è stata scelta Luciana Lamothe, e 36 (2022), quando è stato selezionato il progetto di Mónica Heller, segnale della vitalità della scena artistica argentina, nonostante il clima politico certamente non favorevole. Secondo la normativa imposta dal governo Milei, infatti, l’artista selezionato dovrà farsi carico autonomamente di trovare i fondi necessari a realizzare l’opera. Per il suo progetto, infatti, Duville potrà – o dovrà – contare su una rete di supporto e di sponsor costituita principalmente da privati.

Il Ministero degli Esteri coprirà l’intero importo delle spese annuali del Padiglione Argentino, i costi di pulizia, la sicurezza della sala espositiva e l’assicurazione durante la Biennale. Tuttavia, non contribuirà in alcun modo alla creazione dell’opera d’arte che rappresenterà il Paese alla mostra. Il Segretariato alla Cultura e l’Agenzia per gli Investimenti forniranno assistenza tecnica, amministrativa e gestionale in merito ai fondi ricevuti e gestiranno le azioni promozionali relative alla partecipazione argentina alla Biennale 2026.

Matias Duville, RIVUS, veduta della mostra Biennale di Sydney, 2022

Nato nel 1974, Matías Duville vive e lavora a Buenos Aires. Si è formato presso la School of Visual Arts di Mar del Plata, proseguendo poi gli studi con Jorge Macchi e al CC ROJA UBA/KUITCA. La sua pratica, incentrata sul disegno ed estesa all’installazione e all’uso di materiali come carbone, sale e legno, esprime paesaggi instabili e atmosfere post-apocalittiche, cariche di una potenza latente, in cui natura e tracce umane entrano in tensione. Ha partecipato a numerose mostre e residenze tra America Latina, Stati Uniti ed Europa. Nel 2013 è stato finalista del Canson Prize al Petit Palais di Parigi e nello stesso anno ha presentato la personale Discard Geography alla Chapelle des Beaux-Arts, su invito di SAM Art Projects.

L’opera proposta da Duville per il Padiglione dell’Argentina alla Biennale 2026 sarà un’installazione da attraversare, destinata a essere calpestata, alterata, progressivamente erosa dal passaggio dei visitatori. Ogni passo modificherà l’opera, la cancellerà e la riscriverà, solleverà polvere, sposterà materiali. Il disegno, medium storicamente associato alla bidimensionalità e al gesto individuale, viene così traslato in un’esperienza spaziale e processuale, con l’interazione che diventa parte integrante del lavoro.

Il sale richiama l’acqua, i mari scomparsi, le superfici cristallizzate, mentre il carbone rimanda alla combustione, ai resti fossili, alla trasformazione irreversibile della materia. Questi materiali istituiscono un dialogo costante tra origine e distruzione, fluidità e residuo, presenza e cancellazione, temi che attraversano da tempo la ricerca di Duville.

Il progetto sviluppa il tema In Minor Keys, titolo e cornice curatoriale della Biennale diretta dalla compianta Koyo Kouoh. In Monitor Yin Yang, l’idea di estraneità non si manifesta attraverso una narrazione esplicita ma attraverso una condizione materiale: il visitatore è straniero su una superficie instabile, che reagisce al suo passaggio e lo rende consapevole del proprio impatto. Camminare è un atto che altera un equilibrio precario. Dal punto di vista simbolico, la decisione di intervenire sul pavimento produce un’inversione radicale. Ciò che solitamente funge da supporto neutro diventa superficie espressiva, mentre l’architettura smette di essere contenitore per farsi parte attiva dell’opera.

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