Castelbasso: Aryan Ozmaei e Francesco Lauretta uniti nel rito

“L’arte è un’impareggiabile occasione per entrare in contatto con altri mondi, con altri universi, con altre culture” scrive Osvaldo Menegaz, presidente della Fondazione Malvina Menegaz per le Arti e le Culture di Castelbasso che, anche per l’anno 2022, apre all’arte contemporanea con l’idea sempre più convinta che gli artisti “sono costruttori di ponti attraverso il tempo e lo spazio, porte aperte sulla possibilità di ampliare la nostra conoscenza”. Un invito ad attraversarli ancora i ponti miracolosi degli artisti, gli unici da cui ci si possa affacciare sempre desiderosi, oltre il limite che perimetra, incuriosisce, svela e denuncia.
Quest’anno a Castelbasso, a porre uno dietro l’altro i mattoni della creatività per definire stavolta un viaggio fatto di tradizione e preghiera, di memoria ancestrale e visione mitica, torna il curatore Pietro Gaglianò che, su piani temporali e geografici diversi ma affini per potenza del linguaggio, propone due progetti: Grounds dell’artista iraniana Aryan Ozmaei, visitabile a Palazzo De Sanctis, e Bagnanti, riti, mattanze dell’artista siciliano Francesco Lauretta, presente a Palazzo Clemente.

Francesco Lauretta, Soluzione Picasso 2022 e Soluzione Courbet 2022

Due percorsi apparentemente distanti eppure così vicini nell’evocare la dimensione di una ritualità salvifica richiamata come necessaria in un presente dominato dall’incertezza. Una sacralità che nelle opere si legge come disarcionata dal gesto dell’uomo, violentata a tratti da una brutalità invadente, infiammata dal dolore di chi vuole proteggerla. Ma, nel richiamo potente alla natura che entrambi gli artisti sottolineano, si riconosce anche la volontà di ricollocare il sacro in uno spazio più aderente alla pelle dell’uomo. Una ritualità che, nelle opere di Ozmaei e Lauretta, è soggetto principale di una narrazione legata da un lato al ricordo personale e dall’altro a una memoria collettiva che, nei due artisti, si fa opposta per origine e luogo d’appartenenza. Ozmaei recupera la forza e la durezza vergini delle montagne iraniane che diventano scudo protettivo del ricordo familiare, ma anche fonte partoriente di una simbologia letteraria riconoscibile nelle figure del poema persiano Shahnameh di Firdusi. Lauretta, invece, in una luce abbagliante quanto festosa, in una cromia accesa caratterizzata da un uso sapiente del tratto, fa esplodere prepotente la devozione occidentale della sua Ispica, fatta di Santi, adorazioni e processioni. Un’immersione quasi sonora nel colore che sembra sostituirsi appunto alle voci e alle nenie di chi gioisce e piange nei giorni di festa battezzati dai Santi.

Aryan Ozmaei, Senza titolo – Trittico – 2020-2021

Grounds di Aryan Ozmaei è un richiamo alla terra, alla grande madre primigenia che si svela ciclicamente nelle cime del monte Damavand, in cui i soggetti raffigurati sono un omaggio intimo o immaginario alla storia familiare dell’artista e alle vicende storiche dell’Iran. In un percorso che può definirsi ciclico, la memoria di Ozmaei mette a dialogo l’Asia e l’Europa e si cristallizza all’inizio nell’interpretazione pittorica di due istantanee polaroid, in cui piani prospettici diversi suggeriscono la chiave attraverso cui osservare le tele: un tempo ciclico, appunto, non lineare, dove è il rito a scandire i ricordi che riaffiorano alla coscienza e non viceversa. Un richiamo dunque alla fluidità naturale che è principio e fine allo stesso tempo, in cui il fuoco s’innalza verso il cielo come lingua purificatrice mentre l’acqua diventa fonte di sostentamento e ristoro. Nelle opere di Ozmaei la densa matericità definisce le atmosfere oniriche con colori cupi e impattanti su sfondi artificiosi, nella volontà sempre evidente di voler benedire la vittoria della vita sulla morte, della conoscenza sulla dimenticanza. È qui che l’acqua si fa fonte battesimale, specchio in cui cercare la direzione verso la luce. In Ozmaei è la memoria a garantire la vita, al di là del suo manifestarsi quale segno tangibile della sua terra o tratto accennato di un’antica mitologia. Se la prima opera interroga la coscienza della stessa artista e di riflesso quella dello spettatore con l’interrogativo “Dove eravamo qui?”, nell’ultima stanza di Palazzo De Sanctis l’opera “La battaglia perpetua” suggerisce un’altra domanda, più che mai attuale: “Per cosa stiamo lottando?”. Ozmaei traduce con pennellate vibranti lo scontro mitologico tra l’eroe Rostam e il demone Div-e Sepid, ponendo l’accento della vittoria della luce sull’oscurità. All’interrogativo sotteso, forse, oggi non siamo ancora in grado di rispondere.

Francesco Lauretta, Rito e allegoria, 2022

In Bagnanti, riti, mattanze Francesco Lauretta rievoca anzitutto la sinuosità di quelle che furono le donne di Picasso, Gustave Courbet e Ernst Ludwig Kirchner, come se dalla tavolozza che l’artista porta per cappello fossero sgorgati gesti precisi e taglienti con cui rileggere i maestri del passato. È il corpo nudo a dialogare con l’osservatore, senza alcun fingimento, attraverso le opere che lui titola “Soluzioni”: «il colore torna umido, lucente di olio», scrive Gaglianò. Lauretta sceglie di dare voce allo stesso tema delle bagnanti, anche recuperando quella che per scelta del supporto – la carta – e dei colori prevalenti – blu e oro – si potrebbe definire una cartografia medievale in cui il soggetto femminile emerge con tratti vertiginosi, senza però che si perda la spiritualità che al corpo stesso l’artista consegna.
Come Ozmaei, anche Lauretta esplora la dimensione del rito, portando il visitatore dritto al cuore del mondo devozionale della sua Sicilia, tra sacro e profano. Un uso oculato della luce fa letteralmente esplodere i colori che narrano le feste patronali, le processioni dei Santi, la gioia dei credenti. Quasi un eccesso che contrasta con la cromia più intima che l’artista sceglie per ricordare qualcosa di importante: al mondo c’è chi prega senza clamore, senza che la gioia faccia alcun rumore. E così anche il dolore.

Aryan Ozmaei, Sgorga sorgente, sgorga e fluisci – Trittico 2020-2021

Di grande impatto l’opera immersiva Epitaffio allestita nella stanza principale di Palazzo Clemente, in cui Lauretta propone il tema della crux. Quella croce che, nelle prime rappresentazioni, fu accettata con difficoltà dai cristiani poiché, come scritto da San Paolo era “scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani” (I Corinzi, 1-23). Inizialmente si preferiva evitare la descrizione del supplizio patito da Gesù, concentrandosi invece sulla gloria della croce quale strumento di redenzione. In quest’opera, Lauretta agisce un gesto nuovamente rivoluzionario, ponendo la croce su un piano orizzontale, rinunciando alla verticalità divina che essa simboleggia. Cristo si fa nuovamente uomo nella posizione del corpo morente, seppur crocifisso. Ma l’invito è anche quello di guardare ciò che è presente seppur nella mancanza: il cielo stellato cui Cristo tende per tornare al Padre. Un cielo che non è dipinto eppure incombe oltre il perimetro della tela, perché l’uomo come Cristo lo cerca. Perché “il firmamento – come scrive la poetessa Mariangela Gualtieri – è il capogiro di Dio”.

Nata a Giulianova nel 1978 è docente di Lettere, giornalista e critico d’arte. Laureata presso la Facoltà di Lettere dell’Aquila, si specializza alla Luiss di Roma in Management culturale. Collabora con il quotidiano di Teramo La Città, in vendita nelle edicole in allegato a Il Resto del Carlino. Per la Di Felice Edizioni dirige la collana d’arte Fili d’erba, e collabora con la Fondazione Malvina Menegaz per le Arti e le Culture di Castelbasso. Su Radio G Giulianova cura la rubrica d’arte Colazione da Alessandra.

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