La lingua? Questione di POV: Catherine Biocca da Fondazione Volume

di - 10 Febbraio 2022

Ancora pochi giorni per poter visitare la personale di Catherine Biocca presso Fondazione VOLUME!. Curata da Lorenzo Benedetti, la mostra chiuderà venerdì, 11 febbraio, segnando il termine della prima esposizione che viene messa a confronto con un inedito paradigma espositivo della Fondazione in via San Francesco di Sales, concepito per far vivere allo spettatore un’inaspettata quanto perturbante esperienza percettiva.

Visitare la mostra di Catherine Biocca è, infatti, un evento tanto straniante quanto adrenalinico e sorprendente. I lavori dell’artista si presentano permeati di una magnetica aurea coesistente, esasperata dal potere seducente dei materiali prescelti, manifestandosi come entità contrastanti in un equilibrio scivoloso. Scostando lo spesso tendaggio all’ingresso, ci addentriamo in un luogo respingente e privo di luce, uno spazio sospeso, in cui il tempo sembra dilatarsi e in cui ci si sorprende “in attesa”. A farsi spazio, penetrando l’intera sala, una lunga lingua, la protagonista materica e metafisica della mostra.

Catherine Biocca, POV (You_re my leftovers and I am happy to see you), 2021-2022, installation view, picture by Alice Ciccarese, courtesy Fondazione VOLUME!

«Cosa resta della nostra vita, della sua messa in scena, nonché dell’uso che abbiamo fatto della comunicazione? E cosa accade quando, improvvisamente, ci troviamo di fronte alla realtà o alle domande poste da chissà chi (forse un moderno oracolo) in maniera sibillina?»: queste sono le domande che Biocca pretende che ci poniamo. Guidandoci nell’oscurità, fino a condurci alla totale assenza di buio, ci sussurra all’orecchio nuovi ragionamenti e ci regala inediti punti di vista, offrendoci così la possibilità di riflettere sull’uso contemporaneo del linguaggio e della lingua.

Abbiamo raggiunto Catherine Biocca per farci raccontare le origini del progetto, il dialogo che ha instaurato con lo spazio di Fondazione VOLUME! e cosa significa per lei “sentirsi cittadinǝ del mondo”.

Catherine Biocca, POV (You_re my leftovers and I am happy to see you), 2021-2022, installation view, picture by Claudio Martinez, courtesy Fondazione VOLUME!

Partiamo dal titolo: come sei arrivata a “POV (you’ re my leftovers and I am happy to see you)”?

«Il titolo è ispirato a una tipologia di video, il POV (acronimo di point of view), diventata virale sui social. In questi video viene effettuato uno shift prospettico tra oggetti e soggetti: gli stessi autori assumono un punto di vista altrui, che può essere ad esempio quello di un panino, di un computer o di un piatto di avanzi in frigo…  Ma in realtà non è nulla di nuovo. Il POV, infatti, è già una nota tecnica di ripresa cinematografica, che prevede che l’inquadratura e le riprese vengano effettuate dall’attore stesso. Ricordiamo, ad esempio, “The Blair Which Project” del 1999. POV esiste quindi già da un bel po’, ma al momento, grazie a questo acronimo in stampatello, ha guadagnato questo mega revival».

Catherine Biocca, POV (You_re my leftovers and I am happy to see you), 2021-2022, installation view, picture by Claudio Martinez, courtesy Fondazione VOLUME!

La tua personale in mostra presso Fondazione Volume! vede la curatela di Lorenzo Benedetti; ci vuoi raccontare com’è nato il progetto?

«Durante l’assurdo periodo di isolamento dello scorso anno, noto a noi tutti, Lorenzo è venuto a Roma per un paio di giorni e mi ha parlato del nuovo progetto che stava preparando con VOLUME! e così siamo andati a vedere gli spazi e a conoscere il team della Fondazione.

Per me che sono cresciuta a Roma, VOLUME! è sempre stato una sorta di posto mitico, considerando la sua storia e l’importanza del suo spazio. Quindi sono subito stata convinta del nuovo progetto di Francesco Nucci, ancor prima di averne conosciuto i dettagli, le tempistiche e l’organizzazione dietro le quinte».

Catherine Biocca, POV (You_re my leftovers and I am happy to see you), 2021-2022, installation view, picture by Claudio Martinez, courtesy Fondazione VOLUME!

Si tratta di una mostra che si nutre di dualismi dosati in un’armoniosa compresenza: chiarezza e oscurità, convenzionalità e ambiguità, manifestazione e occultamento. In che modo tali opposti possono coesistere?

«Il nuovo progetto della Fondazione VOLUME!, inaugurato a dicembre 2021, si concentra proprio su un costituente dualismo, tecnico e architettonico, dello spazio stesso. La confusione inizia subito. Entrati nel primo spazio grande, buio, percepiamo un audio proveniente dallo spazio piccolo, la “pillola”.

A questo punto si diventa spettatore di un sistema circolare continuo.

Spettatore che ha il privilegio di muoversi, ma deve rispettare la cronologia temporale e spaziale del circuito: entrare, aspettare, tornare indietro, uscire da questa testa gigante, calarsi in una bocca scura e attendere il proprio turno riflettendo seduto su una grande lingua immobile. Entrare poi nella mente, o forse nel bulbo oculare di questa testa, dove si sente un groviglio di voci reali esterne mischiate a quelle interne; quelle voci che si sentono quando intorno c’è silenzio.

È evidente così la difficoltà di comunicare tra le persone fisiche ma anche, per queste ultime, la difficoltà di comprendere le voci dell’audio: “You´re not supposed to grow like that!”. Un imperativo e anche un’incredulità di fronte al semplice concetto di “crescita”: idea totalmente anti-vitale/a-biologica in un luogo non naturale come il cocoon rosa/pink (che ricorda la luce delle lampade per coltivazione indoor) in cui l’audio viene ascoltato. Quindi si, molti estremi che convergono in uno scambio “ping-pongato” tra illuminazione e buio, tra voci e assenza, tra comodità e voglia di uscire…».

Catherine Biocca, POV (You’re my leftovers and I am happy to see you), 2021-2022, installation view, picture by Alice Ciccarese, courtesy Fondazione VOLUME!

La prima sala dello spazio è stata pensata come una sorta di sala d’attesa, mentre il secondo ambiente che si rivela privo di riferimenti e consente al visitatore di vivere un momento di profonda intimità con l’opera.  Qual è stato il tuo personale approccio allo spazio e come interagisci con esso nel momento della creazione di una mostra?

«Lo spazio, come anche il pubblico, è sempre parte integrata ed integrante del mio lavoro. Quindi qualsiasi spazio per me diventa un trigger per nuovi progetti e lavori. In questo senso l’esperienza con Volume! è stata senz’altro una delle più interessanti degli ultimi anni. Nello specifico il momento di profonda intimità con sé stessi e con il progetto si è trasformato in un momento in cui lo spettatore viene portato a confrontarsi con la confusione di un dialogo multiplo, dai chiari tratti passivo-aggressivi. Un momento di solitudine, ma anche di disagio, in cui un cappello da baseball con sopra un teschio dipinto a mano, si rivolge in prima persona al visitatore, immerso nello spazio, in un rosa capillare misto al pink delle lampade ultraviolette».

Catherine Biocca, POV (You_re my leftovers and I am happy to see you), 2021-2022, installation view, picture by Alice Ciccarese, courtesy Fondazione VOLUME!

Molteplici sono i riferimenti alla “pulizia” della lingua, sia in senso metaforico che fisico – a partire dalla gigantesca lingua avvolgente della prima sala e il puliscilingua con incisione. Ci vuoi parlare di questa “artificiosa pulitura” del linguaggio a cui ti riferisci?

«Beh, in realtà, mi interessava focalizzarmi sull’utilizzo dello strumento “lingua” che possediamo. La mis-comunicazione o dis-comunizazione, sia essa mancata, o impropria, o subdola è un aspetto del quotidiano che analizzo continuamente e che uso nei miei lavori da sempre. Mi riferisco a tutti quei momenti in cui siamo spettatori e partecipi di dialoghi, monologhi o silenzi intorno a noi, che ci offrono la possibilità di essere ascoltati mantenendo una certa distanza fisica ed emotiva e di poter riflettere sul loro impeto e impatto. Una sorta di collezione di istantanee che permette di immobilizzare situazioni e sensazioni di tutti i giorni, come dei bassorilievi o dei fumetti. Da questo approccio nascono lingue giganti immobili, morbide, innocue e puliscilingua che ci aiutano nelle nostre ultime ore di vita».

Tu sei nata a Roma ma hai origini italo-tedesche. Qual è il tuo personale rapporto con queste due lingue e in che modo il linguaggio e la percezione di esso pensi stia cambiando rispettivamente nell’italiano e nel tedesco?

«Da sempre mi interessa osservare come storicamente il linguaggio e la terminologia possano influenzare decisioni e atteggiamenti di persone reali. La frase “morituri te salutant” ad esempio. Quali situazioni surreali e lontane dal nostro mondo suscitano in noi frasi del genere?

Le immagini dell’assalto a Capitol Hill, che hanno per protagonisti uomini mascherati da vichinghi e gladiatori, ripropongono la stessa anacronistica interazione anche sotto forma linguistica in frasi come: “people died . . . but it was fucking great if you ask me”, o “Feelin cute…might start a revolution later, IDK”.

Sono cresciuta bilingue, con il tedesco come lingua materna e l’italiano come lingua paterna ma in realtà, a oggi, so che la maternità di un linguaggio è un connotato che ha a che fare piuttosto con il luogo di nascita e crescita. Quando mi sono poi trasferita in Germania naturalmente il mio schizofrenico rapporto con le due lingue si è ribaltato. Inoltre, ho poi aggiunto lo svedese per via del mio partner (e della semplicità della lingua stessa). Anche se in realtà, la lingua che uso più frequentemente nel quotidiano, per ragioni lavorative ed affettive è l’inglese. Considerazioni noiose, ma un ottimo esempio per parlare del sentirsi cittadinǝ del mondo, senza profondi legami nazionali».

Nata a Venezia nel 1994, consegue la laurea in Intermediazione Linguistica Applicata a Trieste nel 2017, e, nel 2020, nel corso magistrale di Storia dell’Arte Contemporanea presso la Sapienza di Roma. Dopo un’esperienza presso la storica casa d’aste Ansuini di Roma, attualmente lavora presso la Fondazione Giuliani per l’arte contemporanea.

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