Anselm Kiefer
Dal 7 febbraio al 27 settembre 2026, la Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale a Milano ospiterà Le Alchimiste, il nuovo imponente progetto site specific di Anselm Kiefer, tra i protagonisti indiscussi dell’arte contemporanea. Concepiti appositamente per dialogare con lo spazio segnato dai bombardamenti del 1943, 38 grandi teleri intessono un racconto che mette in dialogo pittura e memoria femminile. In questa cornice, l’artista tedesco restituisce voce e visibilità a figure di donne alchimiste spesso escluse dalle narrazioni ufficiali, mettendo in scena una riflessione sui processi di trasformazione e rigenerazione: la mostra diventa il punto di partenza per rileggere una pratica artistica che, fin dagli esordi, ha interrogato il rapporto tra memoria individuale e memoria collettiva, tra ciò che la storia ufficiale conserva e ciò che tende a rimuovere.
In attesa dell’esposizione a Palazzo Reale di Milano, ecco cinque cose da sapere su Anselm Kiefer.
Anselm Kiefer inizia a lavorare alla fine degli anni Sessanta, in una Germania ancora segnata dal peso irrisolto del passato nazista. Le sue prime opere, in particolare le fotografie in cui si ritrae mentre compie il saluto hitleriano in luoghi simbolici d’Europa (For Jean Genet e Occupations, 1969), non nascono da un intento provocatorio fine a se stesso ma dalla volontà di rompere un silenzio diffuso. Kiefer mette in scena il trauma storico come qualcosa di ancora tangibile, mostrando come la rimozione collettiva possa rappresentare, essa stessa, una forma di responsabilità non elaborata.
Nel lavoro di Kiefer, la storia non viene mai raccontata in modo cronologico o illustrativo ma appare come un insieme di frammenti, citazioni, nomi e rovine che si sovrappongono sulla superficie dell’opera. Eventi storici, miti, riferimenti letterari convivono senza una gerarchia evidente, suggerendo l’idea di una memoria instabile, fatta di accumuli e cancellazioni. È in questa stratificazione che la pittura diventa uno spazio di riflessione.
Un elemento distintivo della pratica dell’artista è l’uso quasi sistematico del testo all’interno delle opere. Nomi di poeti, filosofi, figure mitologiche o storiche vengono tracciati, incisi o dipinti sulla tela, spesso in modo frammentario. Il testo funge da dispositivo di attivazione concettuale, che costringe lo spettatore a muoversi tra immagine e linguaggio, senza trovare un significato univoco.
L’uso di materiali come piombo, cenere, paglia, terra o sabbia è uno degli aspetti più riconoscibili del lavoro di Kiefer. Questi elementi non hanno una funzione decorativa ma incarnano significati simbolici e storici precisi. Il piombo richiama il peso, la trasformazione e l’alchimia, la cenere rimanda alla distruzione e alla fine, la paglia evoca il ciclo vitale e la combustione. La superficie pittorica diventa dunque un campo fisico in cui il senso si costruisce attraverso la materia stessa.
La ricerca dell’artista tedesco è profondamente attraversata dal pensiero filosofico e letterario. Autori come Paul Celan, Ingeborg Bachmann o Martin Heidegger costituiscono riferimenti preziosi, come fossero interlocutori ideali. Le opere rimettono in circolo concetti filosofici, interrogandone le ambiguità e le contraddizioni, soprattutto in relazione alla storia europea del Novecento.
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