Germano Celant al MART
“Il tema della cornice mi ha sempre appassionato” dichiarava Germano Celant nella lunga e puntuale intervista che apre il volume The Story of (my) Exibitions, un volume bilingue di 570 pagine pubblicato da Silvana Editoriale nel 2021. Una sorta di diario di bordo di un grande navigatore dell’arte contemporanea, che documenta in maniera impeccabile le 34 mostre curate da Celant nell’arco di cinquant’anni di onorata carriera. Qual è quindi la sua cornice, il frame intellettuale nel quale possiamo circoscrivere il suo lavoro? Prima di tutto, Celant affronta il tema della pratica della scrittura sotto tre forme diverse e tra loro complementari: scrittura teorica, editoriale ed espositiva. Quest’ultima è l’argomento del volume, che l’autore definisce “un libro sulla logica dell’esporre”: un percorso avviato già nel 1965, quando il critico inizia a collaborare con la rivista Casabella e ad interessarsi al rapporto con l’ambiente.
Un tema che approfondisce nelle sue prime esperienze espositive, dove lascia sempre più spazio alle installazioni, per arrivare ad un uso grezzo dello spazio, come accade nel 1976 per la mostra “Ambiente/arte” alla Biennale di Venezia: ambienti grezzi, dipinti di bianco, per far risaltare al massimo la qualità delle opere. Il secondo punto rilevante nella pratica di Celant è l’attenzione alle contaminazioni tra le arti, che derivano dalle frequentazioni con gli artisti concettuali a partire dal 1968, che realizzavano opere con strumenti diversi, dalla fotografia alla radio. Nascono così mostre come “Il tempo e la moda” a Firenze nel 1996, seguita da “Art or Sound” a Venezia nel 2014 e “Arts & foods. Rituali dal 1851” a Milano, in occasione dell’Expo.
Sempre in dialogo diretto con gli artisti, che Celant reputa i veri e unici protagonisti delle mostre, non solo nell’impianto espositivo, ma anche nella stesura del libro-catalogo . Uno strumento fondamentale per Celant fin dal 1981, in occasione della mostra “Identité Italienne. L’Art en Italie depuis 1959” al Centre George Pompidou di Parigi, quando commissiona ad un team di giovani ricercatori una stesura cronologica, che diventerà una costante del “metodo Celant”, che vede la mostra come il frutto di un lavoro di squadra, dove il documento viene verificato e mai interpretato, per essere inserito in un contesto culturale ampio e complesso. Dal volume, corredato da una selezione straordinaria di fotografie storiche, rigorosamente in bianco e nero, emerge una pratica curatoriale ben collaudata, che ha portato Celant a permettersi di ricostruire, attraverso documenti e fotografie dell’epoca, la leggendaria mostra “When Attitudes Became Forms”, curata da Harald Szeeman alla Kunsthalle di Berna, nelle sale di Ca’ Corner della Regina a Venezia nel 2013. Un reenactment che poteva apparire azzardato, ma grazie alla precisione e al rigore celantiano l’operazione è riuscita , nonostante i limiti degli spazi, ben diversi da quelli dell’istituzione svizzera.
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