Antonello Ghezzi, Suonare a, 2025, pulsantiera e impianto luminoso. Ph Marco Parollo
Esiste una categoria dell’esperienza estetica che la teoria dell’arte fatica a nominare con precisione: quella dell’opera che si dà soltanto nella forma della propria impossibilità. Non l’opera aperta, che presuppone un telos interrotto, ma l’azione che scopre, nel proprio fallimento tecnico, una condizione di verità più radicale di quella che la sua riuscita avrebbe garantito e inaugura un processo più vasto di sé. Venire alla luce, mostra del duo Antonello Ghezzi curata da Giovanni Gardini al Museo Lercaro di Bologna e attiva fino al 15 febbraio, si situa interamente in questo spazio concettuale.
La parabola che l’esposizione documenta e da cui è attraversata come una nervatura, merita di essere ricostruita. Nel 2020, nel vuoto sospeso del lockdown, Nadia Antonello e Paolo Ghezzi concepirono un progetto di Land art a vocazione cosmica: rivestire rotoballe di fieno con reti fotoluminescenti capaci di assorbire la luce diurna e restituirla dopo il tramonto, trasformando un campo agricolo dell’Appennino emiliano in un cielo stellato rovesciato.
A differenza però di chi intende imprimere nuova forma al paesaggio, il duo immaginò un’azione che non potesse compiersi senza la cooperazione di agenti eterogenei – un’azienda produttrice di reti agricole, i contadini che realizzavano le rotoballe secondo i tempi della terra e, accanto a loro, il sole, la luce lunare. Un’orchestrazione che avrebbe dovuto convergere per forza propria. La sera dell’inaugurazione, davanti a pubblico e autorità, le balle tuttavia restarono mute. La natura, cui gli artisti avevano affidato il ruolo di complice decisivo, oppose il proprio veto silenzioso e l’opera semplicemente non apparve. Lo scacco sembrò totale. Eppure, ciò che avrebbe potuto restare un caso scoraggiante si è rivelato il manifesto generativo di un’intera poetica.
Venire alla luce si articola in tre sale. La prima di esse custodisce l’archivio visivo e testuale di questo naufragio, dove l’opera sopravvive allo stato documentale; la seconda ne racconta la metamorfosi. Nel 2021 nacque infatti Legare la terra al cielo, performance effimera di una sola notte in cui l’orizzonte astronomico del progetto originario si contraeva in un gesto minimale, figlio di un ribaltamento ulteriore: l’oscurità cessava di essere un ostacolo, diventando protagonista e condizione stessa dell’esperienza.
Nel buio della campagna emiliana, gli artisti disposero una schiera di filamenti luminosi, appesi a grappoli di palloncini gonfiati con elio. Coloro che raggiunsero la spianata dovettero camminare nel nero fino a che gli occhi non si aprirono al buio, scoprendo il disegno di un’architettura sospesa e impalpabile. Era il corpo del visitatore, ricalibrato dall’attraversamento del paesaggio, a diventare lo strumento di misura dell’opera: non la luce a concedersi, ma lo sguardo a costruirsi la capacità di riceverla. La performance aveva trovato una propria compiutezza ma l’immagine iniziale continuava a reclamare forma. Occorrevano nuovi alleati.
Nella stessa sala, un’installazione in formato video village da set cinematografico introduce il terzo atto della vicenda: l’incontro con il regista Giulio Filippo Giunti e lo sceneggiatore Maurizio Dall’Acqua, grazie ai quali, nell’estate 2025, sulle colline tra Bologna e Modena, una troupe professionale ha reso visibile ciò che la realtà fisica aveva inizialmente negato. Che a risolvere l’impasse fosse il cinema, arte della luce proiettata e del lavoro corale, pare avere una sua inevitabilità. Il cortometraggio intitolato E dargli spazio, realizzato senza l’ausilio della postproduzione digitale e non presente in mostra, uscirà ufficialmente nei circuiti festivalieri del 2026. Sul monitor del museo scorrono intanto le fotografie di scena di Roberto Cerè, accompagnate da un paesaggio sonoro di cinque ore composto da Alessandro Gaffuri.
L’ultima sala si sottrae alla parafrasi scritta. Chi vi entra è chiamato a compiere una sequenza di gesti ludici – espressione di quella poetica della leggerezza che il duo rivendica come forma di serietà radicale – attraverso i quali accedere, finalmente, a un frammento di quel prato stellato inseguito fin dal principio.
Sull’ultima delle pareti veglia come un’epigrafe la chiusa delle Città invisibili di Calvino, la cui eco risuona nel titolo stesso del cortometraggio: «Cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio». Si esce attraversando un corridoio dove quelle parole trovano spazio su cui posarsi: la catastrofe e la promessa, l’una accanto all’altra. Lo si percorre in pochi secondi ma ci si porta via l’impressione di aver camminato a lungo.
A percorrere a ritroso l’intera parabola di Venire alla luce si scopre che il suo metodo non è mai stato quello di aggirare il reale – il fallimento tecnico, l’oscurità che non collabora, i tempi che non tornano – ma di insistere al suo interno fino a scoprire che la luce può trascendere la materia luminescente, accendendosi nella rete di alleanze, sguardi e gesti che quella stessa materia ha messo in moto.
Contadini, chimici, cineasti e, da ultimo, il visitatore stesso: ciascuno di essi anello di una catena di complicità che nessuno, nell’oscurità di quel campo nel 2020, avrebbe potuto prevedere. Una pratica da «poveri illusi», come gli artisti si definiscono con orgoglio, dove l’illusione non è fuga dal dato di fatto ma la disposizione a fare spazio, persino dentro l’inferno, a quanto di buono ancora non esiste.
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